Vuoi in risposta alla crisi economica, vuoi perché sono le aziende a richiederlo nell’ Italia degli ultimi anni si assiste al crescente fenomeno del lavoro atipico, quello cioè  le cui prestazioni si svolgono al di fuori degli orari tradizionali. Quello che rileva, specie dal 2004 ad oggi è il fatto che ogni esigenza di flessibilità o di recupero di produttività che questa nuova economia richiede viene puntualmente scaricata su una sola categoria: i giovani. Considerando i dati raccolti da Eurostat nell’ ambito proprio del cosiddetto “lavoro atipico”, i giovani italiani si trovano in una condizione di vera apartheid rispetto ai coetanei europei.

In particolare la ricerca Eurostat si è focalizzata sulla fascia d’ età compresa tra i 15 e i 24 anni e ha considerato due tipologie di lavoro atipico: quello svolto nel week end e quello notturno. Quest’ ultimo dipende molto anche dalla natura industriale e manifatturiera del Paese e infatti ritroviamo qui la Germania ai primi posti, anche davanti all’Italia, che pure è al di sopra, ancora, della media UE. Tuttavia i numeri riguardanti i giovani si distaccano nettamente, e lo fanno soltanto in Italia: mentre tra i 25 e i 49 anni l’andamento è equilibrato, senza grandi sommovimenti, tra i 15 e i 24 anni l’Italia distacca anche la Germania dopo il 2011, oltre che la UE.

In particolare poi riguardo a coloro che lavorano nel fine settimana, se si prende a campione la percentuale di lavoratori di sabato del 2004 in Italia e nella UE allo stesso livello, si può notare che  dopo i 25 anni, e ancora più dopo i 50, c’è un calo maggiore nel nostro Paese. Accade invece l’opposto per i 15-24enni: mentre a livello europeo c’è stato un decremento dell’1%, in Italia si è verificato un aumento del 5,8%. Stesso discorso vale per il lavoro notturno dei giovani con partita Iva senza nessuno alle proprie dipendenze. In Europa  sono calati in 11 anni del 4,6%, mentre sono cresciuti in Italia del 7,8%! Se nel 2004 anzi questa proporzione era maggiore nella UE, 48,2% a 46,6%, oggi c’è stato un ribaltamento con allargamento del divario: sono il 54,4% in Italia contro il 43,6% in Europa.

Sembra proprio dunque che partendo dal fenomeno del lavoro in orario atipico, alla fine ci si ritrovi di fronte all’ennesima manifestazione di quella enorme disuguaglianza a cui hanno abituato i nostri giovani,  un sistema squilibrato, che non possiamo pensare possa diventare strutturale senza grosse e indesiderabili conseguenze economiche e sociali.