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Da poche ore finalmente il mondo conosce il nome della talpa che ha fornito al Guardian lo scoop del controllo del traffico telefonico degli americani ad opera dell’amministrazione Obama: si chiama Edward Snowdem, 29 anni, ex dipendente della Cia e attualmente impiegato presso la Booz Allen Hamilton, un contractor privato del settore della difesa, vero e proprio colosso delle consulenze high-tech.

“Obama portava avanti le stesse politiche che speravo avrebbe moderato” In queste poche righe forse possiamo trovare una sintesi delle motivazioni che hanno spinto il giovane a “spifferare” informazioni top secret. Ciò che emerge dalla storia personale di Snowden, da oggi sulle pagine di tutti i giornali, è la storia di un uomo al servizio del governo deluso dalle pratiche messe in atto dal potere statunitense. Arruolatosi nel 2003, subito viene a contatto con un clima ostile, ambiguo: più che la conservazione della vita, a Snowden pareva che per molti suoi compagni la preoccupazione principale, e la maggior fonte di piacere, fosse quella di uccidere gli arabi. Dopo un incidente, e il conseguente esonero, trova un impiego in un ufficio della sorveglianza presso la Nsa( Agenzia per la sicurezza nazionale americana), nell’università del Maryland. In seguito venne assunto dalla Cia, con la qualifica di tecnico informatico e infine ancora alle dipendenze della Nsa tramite l’agenzia privata Booz Allen Hamilton, presso un ufficio con sede alle Hawaii.

E arriviamo dunque a 20 giorni fa: Snowden ha raccolto e copiato il materiale,  che dimostra come i  tabulati delle comunicazioni di milioni di americani siano stati raccolti in maniera indiscriminata dal governo americano, e, fuggito dalle Hawaii, è approdato a Hong Kong, dove si trova tutt’ora.

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L’INTERVISTA – Ed è proprio da una camera d’albergo a Hong Kong che spiega in un’ intervista video al Guardian le ragioni del suo gesto, dichiarando che il suo unico obbiettivo è quello di “informare il pubblico di ciò che viene fatto in suo nome e di ciò che viene fatto contro di loro. Voglio che ci si concentri su questi documenti, non su di me, e che si apra un dibattito tra i cittadini di tutto il globo su quale genere di mondo vogliamo vivere”. Precisa che il suo non è il gesto di un folle o di un disadattato, ma semplicemente quello di un uomo che ha lavorato per anni al servizio del sistema, con una vita invidiabile( 200.000 dollari l’anno, una fidanzata, una casa alle Hawaii e una famiglia che ama), ma che a un certo punto non ha retto più, e ha deciso di reagire.

Accusa direttamente Obama, colpevole di aver mantenuto in auge un metodo di procedere scorretto e lo accusa inoltre di aver tentato inutilmente di difendere l’indifendibile, all’indomani dello scoppio dello scandalo.

Si dimostra infine consapevole dei rischi verso cui va incontro. Afferma che ha già tre volte cambiato stanza d’albergo, per la paura d’essere spiato, e che quando naviga in rete indossa una grande cappuccio rosso sulla testa, per evitare di essere riconosciuto da telecamere interne alla rete.

[smartads]LE REAZIONI – Un caso di questa portata, com’ è lecito immaginarsi, ha suscitato numerose riflessioni e congetture in ambiente internazionale: comincia a profilarsi l’ipotesi un accordo segreto, discusso tempo prima a tavolino, tra Snowden e il governo cinese: in America è la CNN ad avanzare l’ipotesi, ma non è la sola: in Italia ci pensa Gianni Riotta, con un suo articolo su La Stampa, quotidiano che tiene a precisare che personaggi come Snowden sono, in fondo, nemici della trasparenza, al pari di un Assange e di un Manning. Stando alle dichiarazioni di Snowden, la scelta di Hong Kong è mutuata dal fatto che, secondo il giovane, la Cina mostra un “forte impegno verso la libertà di parola e la tutela del dissenso politico”, ma non manca di dire che è possibile una futura richiesta di asilo politico all’Islanda, un “paese di illuminati”, come da lui definito.

Infine occorre forse riflette sulla scelta di Snowden di uscire allo scoperto, scelta che sicuramente potrebbe rivelarsi una mossa azzeccata: “Una persona che scoperchia un tombino particolarmente maleodorante, e lo fa alla luce del sole, ha un impatto diverso rispetto un gruppo di anonimi che pubblicano tonnellate di documenti su una piattaforma”.

Secondo un articolo di Panorama, grazie al suo coming-out Snowden ha impedito che il governo americano potesse costruire sulla faccenda una sua verità, più funzionale e sicuramente meno scomoda.

Inoltre resta il fatto, importantissimo, che un individuo prima sconosciuto adesso ha un volto e un nome: strumenti fondamentali per poter avviare, come afferma Panorama, un vero e proprio “processo di genesi dell’eroe”: diverse organizzazioni per la tutela dei diritti e della privacy si sono mobilitate in difesa del giovane e la domanda sulla bocca di molti è “quanti avrebbero fatto lo stesso?”.

In definitiva, se Edward Snowden dovesse diventare un simbolo, allora il governo americano si troverebbe molto probabilmente contro buona parte dell’opinione pubblica, se decidesse a tutti i costi, e con tutti i mezzi possibili, di riportarlo in America per condannarlo.

Giacomo Ciampoli