Metodo Stamina Cure Sofia

I giudici sono interceduti garantendo la possibilità della cura per Sofia, affetta da leucodistrofia metacromatica, una patologia che consiste nell’accumulo di una sostanza metacromatica birifrangente costituita da accumuli di sulfatidi nella mielina, nelle cellule nervose dell’oligodendroglia, nelle cellule di Schwann e nei nervi in generale. La stessa decisione è stata presa per il caso di Federico, bimbo affetto dal morbo di Krabbe, un’altra forma di leucodistrofia.

Gran parte della comunità scientifica, tuttavia, denuncia l’insufficienza dell’atteggiamento di neutralità adottato dal ministro della Salute Renato Balduzzi e boccia senza appello la decisione dei magistrati interpellati dai familiari dei due bambini.

In un documento firmato da diversi ricercatori si rimprovera il fatto di esser giunti alla scelta di somministrare cellule dette mesenchimali «sull’onda di un sollevamento emotivo»; secondo i ricercatori, infatti, «non esiste nessuna prova che queste cellule abbiano alcuna efficacia nelle malattie per cui sarebbero impiegate. Non esiste nessuna indicazione scientifica del presunto metodo originale secondo il quale le cellule sarebbero preparate. Ci sembra questo uno stravolgimento dei fondamenti scientifici e morali della medicina, che disconosce la dignità del dramma dei malati e dei loro familiari».

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Anche Umberto Veronesi si è espresso sull’utilizzo delle cellule staminali: secondo lo studioso gli aspetti da considerare sono due: «il primo è quello scientifico, il metodo non è provato e ciò è stabilito da tutti coloro che hanno guardato a fondo. L’altro aspetto è un problema psicologico, la persona che non ha speranze di guarigione è certamente autorizzata a recarsi ovunque, anche a cercare farmaci estratti dallo scorpione, o impiegare le cellule staminali. Si tratta di un discorso diverso. Non possiamo opporci, possiamo dire che è un errore scientifico, ma non possiamo togliere la speranza alle persone».

Il fondatore del metodo Stamina? Il suo nome è Davide Vannoni, professore di neuroscienze cognitive presso l’Università di Udine, che fondò la Stamina Foundation in seguito a un’esperienza personale.

All’età di 35 anni il prof.re Vannoni venne colpito da una paresi facciale dovuta a un virus.

Come racconta lo stesso Vannoni, dopo una serie di cure non andate a buon termine si rivolse a dei medici russi che gli somministrarono un cocktail di staminali mesenchimali che gli garantì il recupero di buona parte della funzionalità nervosa del volto.

In un’intervista a Repubblica, il prof.re Vannoni ha spiegato in cosa consiste la sua terapia: «noi utilizziamo le cellule staminali prelevandole dalla parte spugnosa dell’osso, dal bacino, e le lavoriamo in modo che abbiano una grande quantità di cellule progenitrici. Chiunque può donarle perché non c’è alcun rigetto. Ogni coltura ha 5 differenti tipi di cellule, ognuna con la sua funzione: le progenitrici sono le più importanti perché rigenerano i tessuti danneggiati, poi ci sono le immunoregolatrici che regolano il sistema immunitario, quelle che ricreano i vasi sanguigni, quelle che difendono dal sistema immunitario, e quelle antinfettive che combattono le infezioni. Per garantire la sicurezza del trattamento, le cellule sono testate 5 volte prime di essere iniettate, per verificare che non ci siano funghi batteri e contaminazioni».

Vannoni rigetta per di più l’accusa di voler arricchirsi grazie alla campagna mediatica che è montata in questi giorni: «la produzione cellulare la paghiamo noi. Ci sono donatori, ma non sono i genitori dei pazienti. il sistema sanitario copre solo le spese mediche. Abbiamo donazioni importanti da enti. È una battaglia che voglio portare avanti qui, siamo stati negli Usa dove ci hanno proposto una sperimentazione. Ma io non voglio fare un farmaco da vendere al Ssn, voglio fare cure».

Alla fine del 2009, però, il metodo Stamina venne messo per la prima volta profondamente sotto imputazione dai familiari di alcuni pazienti trattati: uno di essi, Claudio Font, affetto dal morbo di Parkinson, morì dopo l’infusione delle staminali. Secondo i familiari, che denunciarono il prof. Vannoni, poi scagionato tuttavia da ogni accusa, la causa fu proprio il trattamento sperimentale adottata dal medico. La famiglia dell’uomo racconta che il gruppo diretto dal professore propose a Font una terapia basata sul trapianto di cellule staminali dai costi esagerati: un investimento iniziale di 27 mila euro per il prelievo delle staminali e la loro coltivazione, oltre a quasi 10 mila euro a iniezione. Dopo il secondo trattamento, Font è in condizioni penose e mostra addirittura segni di delirio. Alle richieste di spiegazioni e di assistenza da parte della famiglia, i medici non reagiscono o lo fanno in maniera disdegnosa, pregando ad esempio i familiari di accompagnare il paziente al mare perché si riprendesse.

Stando al racconto dei parenti di Font, le prime fasi della cura avvengono presso la IBM di San Marino, struttura poi posta sotto sequestro per esercizio abusivo della professione medica. Si trattava in realtà di un centro estetico, denuncia ancora la figlia di Font, come dimostra anche la dicitura dei bonifici effettuati dalla famiglia, dove si legge appunto “Istituto di bellezza”. Dopo il sequestro della IBM, il secondo trapianto viene effettuato presso il centro trapianti di Trieste, l’unico autorizzato in Italia, ma in un giorno festivo e senza che vi sia un periodo di osservazione in seguito all’intervento.

Subito dopo la seconda iniezione, la malattia di Font si aggrava in maniera improvvisa, portando l’uomo alla morte dopo soli tre anni, quando, come ricorda la figlia, secondo le statistiche il Parkinson ha un decorso di circa 20 anni.

Ma il prof.re Vannoni non è d’accordo: «la vicenda del decesso di Font, con i parenti che ci hanno denunciati, ha sollevato un polverone mediatico che ci ha messo in croce. Vicenda rispetto alla quale ricordo che siamo stati prosciolti e Font non è morto per le staminali, tant’è che non siamo stati denunciati solo noi ma anche l’ospedale che lo aveva in cura. L’uomo fece due iniezioni, dopo un anno morì per un’insufficienza polmonare e l’autopsia rivelò che non c’erano legami fra le cellule staminali e l’insufficienza respiratoria».

Maria Francesca Cadeddu