Criminal Law Bill:  la legge antistupro indianaUn passo in avanti per la terra del Mahatma Gandhi. Nella giornata di ieri, il parlamento indiano ha approvato  una legge, più severa, contro chi commette violenze sessuali a discapito delle donne. Legge che raccoglie anche le azioni che si inscrivono nel raggio delle molestie e dello stalking.

Il provvedimento, noto come Criminal Law (Amendment) Bill, va a sostituire il decreto precedente che era stato emanato ai primi di Febbraio, i cui termini di scadenza  si annotavano nei primi giorni di Aprile. Una legge che era stata avanzata da una imponente mobilitazione popolare, sensibile ai numerosi casi di stupro e di violenze sulle donne, anche in seguito all’azione brutale di un branco di uomini a discapito di una ragazza, violentata lo scorso 16 Dicembre,  su un autobus, a New Delhi. Un dispositivo urgente, quindi, in India, come nel resto del mondo. Una condizione, quella femminile, che fatica anche solo ad intravedere da lontano la possibilità di una liberazione fisica, psichica, politica e sociale insieme. Intanto, in India, la nuova legge è stata vagliata e approvata dalla Camera bassa alla presenza di solo 168 deputati. Adesso dovrà essere esaminata dal Senato.

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I punti salienti e innovativi riguardano l’introduzione dell’ergastolo, in certi casi, per gli stupratori seriali, e una condanna ad almeno venti anni di carcere per chi commette questo tipo di reato. La nuova legge introdurrà anche misure per reati quali lo stalking, il voyeurismo e l’uso dell’acido per sfigurare i volti e i corpi delle donne. Cambia anche l’età legale per avere rapporti consensuali. Non più sedici anni, ma diciotto. Pena di morte invece per quelle violenze che conducono la vittima alla morte o ad uno stato vegetativo permanente. Azione concreta, quindi, come aveva promesso il primo ministro indiano Manmohan Singh dopo la morte della studentessa picchiata e violentata in Dicembre. Una delle tante vittime che accresce l’elenco delle donne deturpate e violentate da un sistema senza amore, senza bellezza, senza poesia.

“Che il suo sacrificio, serva” avevano detto i familiari, che la sua morte possa essere la richiesta dignitosa e caparbia per una terra dove le donne non sono in pericolo. “Voglio vivere”, aveva detto la ragazza prima di morire. E non si hanno le parole sulle labbra, quando di fronte al disumano si schiera l’impotenza e la sfiducia che qualcosa possa mai cambiare. Le femministe gridano a una nuova cultura, quella che viene proprio dai venti orientali. La chiamano “amore”, “soffio” che rigenera. E va bene la legge, va bene la punizione. Ma il castigo arriva dopo il peccato, te lo insegna il catechismo, la mamma quando sei all’asilo.

Un’altra cosa, è invece, abitare il problema, perché la malattia c’è e non si vede, si insinua nella luce che scompiglia, che confonde. Ovunque è casa, ogni mondo è paese. Il sistema finge l’emancipazione, la liberazione sessuale, ma la cultura dell’amore è un’altra cosa. Non la trovi nelle pagine dell’omelia, nemmeno nell’etica kantiana. E l’equivoco sta lì, in quel “Ti amo”, che ti sembra l’essenziale, e invece è ingannatore, è usurpatore di bellezza. Dovresti dire “Amo a te”, perché è il “ti” che frega, che crea possessione, che “oggettivizza”, che ti rende dell’altro.

La regola dell’amore, dice, invece: “non essere dell’altro, sii con l’altro”. Questo è stato detto, una volta,. Questo dovrebbe essere un punto chiaro. Di partenza, però.

Rachele Minichino