Vacanze per chi non riesce ad essere in vacanzaUna valigia rosa, quella di sempre, piena di piccole/grandi dediche scritte in nero (ricordi di ex colleghi, di amiche di lunga data, di ex fidanzati e di parenti). Vestiti estivi sparsi ovunque sul mio grande letto, cinque libri che non sono mai riuscita a leggere per mancanza di tempo. La mia reflex che, spuntando dalla sua borsa nera, sembra mi stia salutando bella pimpante. In tutto questo caos “artistico” mi sento  piena di vita, dopo due mesi di normalità. La stessa che durante i lunghi mesi di lavoro, lontana dai piccoli riti quotidiani, agognavo con tanto desiderio. Anche questo continuo desiderare ardentemente e, dopo pochi mesi, odiare ciò che più mi mancava, fa parte del mio lavoro. Ma conoscerete la mia vena contraddittoria in un altro momento, non mancheranno di certo le occasioni!

Torno a fissare il mio letto troppo pieno di vestiti, oggetti e la mia valigia vuota poggiata a terra, che aspetta solo di essere riempita. Mi rendo conto che la semplice azione del riempire una valigia è in grado di scacciar via tutti i pensieri meglio dello Joga, forse dovrebbero proporla come nuova tecnica di rilassamento, io sicuramente sarei la prima fedele adepta. Ma questa volta questo “rito” ha un doppio potere calmante, stavolta questa grande valigia rosa non mi porterà via né per lunghi mesi né per lavoro, per la prima volta mi farà compagnia per una vacanza.

Non so esattamente quale sia l’atteggiamento giusto per una persona che va in vacanza, per una turista.

Mi sembra perfino strano etichettarmi con questa parola, io che seppur ne ho visti passare tanti, troppi, di turisti, non sono mai riuscita ad identificarmi in loro.

Sistemo le ultime cose, infilo un paio di Converse grigie vissute  e osservando il mio biglietto riesco a sentire la palpabile sensazione di leggerezza tipica del viaggio. Un peso sullo stomaco, tipico segno di un po’ di agitazione ed eccitazione, il mio trasformarmi da ragazza logorroica a silenziosa osservatrice del mondo sono i classici segnali che precedono un lungo viaggio. Mentalmente, ripasso l’imminente percorso che dovrò affrontare, come se riviverlo prima ancora di realizzarlo riuscisse, in qualche modo, a tranquillizzarmi e darmi l’illusione di un dejà vu.

Seduta su una grande sdraio bianca, di fronte a me l’oceano indiano si mostra in tutto il suo splendore salutandomi con il suo profumo di salsedine e di lavanda. Chissà poi da dove arriva questo profumo, forse in questi giorni di relax esiste solamente nella mia mente. Però mi fa compagnia e mi aiuta a pensare e posso solo ringraziare chiunque sia l’artefice di questo profumo di ricordi. Ricordi di una stagione importante, di una Zanzibar selvaggia e tropicale. Di sole cocente, noci di cocco, chapati con la nutella, beach party sulla spiaggia bianca o meglio “di farina “ come la descrivono tutti.

“Io convivo con il mal d’Africa dal primo giorno in cui sono arrivata in quel paradiso terrestre. La mia terza stagione, la prima all’estero e i miei primi 8 mesi fuori casa. Chiudo gli occhi cullata dalla carezza del vento caldo e mi sembra di rivedermi, un anno e mezzo fa. Una ventunenne con una forza sorprendente nascosta nel profondo, che ancora non sapevo di possedere. La solita valigia rosa, quella volta troppo piena e con meno scritte. La mia Nikon che, come oggi, mi sorrideva e sembrava mi stesse dicendo <<stiamo per partire. Solo io e te. Sei pronta?>> Ero pronta. Avevo preso la mia valigia aiutandomi con due mani e un po’ di paura si era insinuata nel mio corpo, immobilizzandomi. I giorni precedenti alla mia partenza mi ero ritrovata, più di una volta, a chiedermi se prendere e mollare tutto e tutti valesse veramente la pena, ma non avevo mai trovato una risposta. Riuscivo a ritrovare la mia forza guardando i miei genitori negli occhi, leggendo tutta la stima che provavano per me, tutto il loro incoraggiamento. In quel momento mi ero sentita come una supereroina dei fumetti, ma nello stesso tempo avrei voluto buttarmi tra le loro braccia, lasciare quella valigia pesante che mi faceva già dolere le braccia, mettermi il mio pigiamone con gli orsetti e farmi coccolare dalla mano premurosa di mia madre. Ma, ancora una volta, avevo scosso la testa, allontanato i pensieri e preso per mano il mio coraggio per portarmelo dietro come una coperta di Linus.

Atterrata all’aeroporto di Zanzibar, distrutta fisicamente e con gli occhi rossi e gonfi per le troppe lacrime gettate sulle spalle dei miei parenti e sulle labbra del mio, allora, fidanzato. Avevo percepito la sensazione che quella stagione avrebbe trasformato completamente la mia vita, la Jessica che ero stata e i miei piani per il futuro.”

Seduta su un frecciarossa Milano-Roma mi sento euforica nonostante le 10 ore di viaggio che segnano il mio viso abbronzato dopo 15 giorni di vacanze. Sono sommersa da una ventina di persone, frammenti di conversazione a metà mi arrivano da ogni dove. Mi pare ovvio che sono tutte, in qualche modo, legate al lavoro. C’è un imprenditore che parla di viaggi, una signora che organizza appuntamenti, una ragazza che lavora in tv che non riesce a staccarsi un attimo dal telefono parlando con foga dell’evento Santoro-Berlusconi. Mi rendo conto d’un tratto che, al momento, in questo vagone sono l’unica che sta viaggiando per essere ritornata da un periodo di piacere. Per la prima volta sono io la turista piena di ottimismo che osserva al rallentatore la vita, che invece continua a scorrere normalmente per tutto il resto di questa gente. Probabilmente al momento hanno una vita molto più piena della mia e, in un certo senso, potrei anche invidiarli desiderando ardentemente di tornare al mio mondo pieno di corse, di sorrisi e di book fotografici. Ma nonostante questo sento che, attualmente, sono la più viva qui dentro. Questa volta ho viaggiato per la mia felicità, nonostante non sia riuscita completamente ad abbandonare i miei pensieri a Malpensa ho capito che ovunque io “scappi” basterà solo un leggero profumo di lavanda per farmi tornare con la mente e con il cuore alle stagioni passate. Eppure sono anche in grado di trasformarmi per un periodo in una turista: ne ho avuto la prova.

Giro lo sguardo verso un piccolo bambino di pochi mesi che mi sta sorridendo e penso “se fossi stata in villaggio questa foto sarebbe stata divina”, chiudo gli occhi. Click.

Foto fatta, nella mia mente.

La fotografa turistica che è in me non mi abbandona mai del tutto.

Jessica Ciriaci

Fonte della foto: web