Non so neppure se ero un pirata, strappavo la vita col cuore e coi denti, ho preso anche il fatto di aver ogni tanto esagerato per sentirmi più vero”. Sono le parole di una canzone degli Stadio. Parole che nel giorno di San Valentino riecheggiano sopra i brividi della memoria.

Un solo uomo al comando, Marco Pantani, il pirata. Il ragazzo senza capelli, con la bandana e l’orecchino al naso. Nessuno potrà dire che è stato un semplice atleta, un ciclista come un altro. Pantani è e rimarrà legenda. Uno scricciolo di uomo, uno spettacolo di uomo. A nove anni dalla sua scomparsa è ancora qui, in mezzo alle parole dei suoi tifosi. C’era di spettacolare tutto. Il modo in cui guardava i suoi sostenitori, gli occhi scuri, bassi nel periodo più nero. C’erano le sue follie, il pizzetto giallo, e quel modo di far sognare i suoi tifosi, quando si alzava sui pedali, quando “faceva le finte”, quando sfiancava i suoi avversari. Una, due, tre, quattro volte allungava il ritmo, piccoli attacchi, decisi, ogni volta più forti, come per stancare più che le gambe, la testa di chi doveva tenere la sua ruota.

A Pantani mancavano avversari veri, gente fatta della sua stessa materia, quella di chi pedalando racconta una storia, non un risultato. Sui gradini del podio arriva chiunque, cambia il modo. Di molti, non te ne accorgi neppure che hanno alzato le braccia al cielo, di Pantani ti ricordi tutte le sue tappe. Ti ricordi l’umanità che ha portato nel ciclismo, non la macchina dei muscoli. Lui sapeva soffrire. Glielo leggevi in faccia. Lo vedevi nelle gocce di sudore, nelle rughe sopra la fronte, e imparavi a sognare assieme a lui, quando si levava la bandana. Si doveva spogliare, un rito, un gesto che ti faceva palpitare il cuore. Stava cominciando ad abbreviare la sua agonia, lì in mezzo alle montagne. Poi gli occhiali. Una volta non aveva più niente da levarsi. Ha fatto fuori l’orecchino che aveva sul naso. Gesti che apparterranno solo a Pantani, e ai suoi tifosi che hanno negli occhi l’amarezza di non aver potuto fare niente.

[smartads]

Se l’è mangiato la cocaina, direbbero i giornalisti. Io dico che l’ha consumato la solitudine mentale in cui si era o è stato rinchiuso. E andate a vedere allora “cos’è un ciclista e quanti uomini in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con quei sogni di uomo che si infrangono con le droghe: ma dopo la mia vita di sportivo. E se un pò di umanità farà capire e chiedere cosa ci fa sperare e che con uno sbaglio vero si capisce e si batte, perché si sta dando il cuore. Questo documento è verità, la mia speranza è che un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al mondo, regole per sportivi uguali per tutti. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare”.

Ci sono verità sgradite che non verranno mai fuori, esistono moti dell’animo che la psicologia pura non sarà mai in grado di spiegare, l’unica magra consolazione che possiamo ritrovare è che in quell’altrove senza nome e senza disegno, Marco possa stare finalmente in pace con se stesso.

Ciao, Marco

Rachele Minichino