Sesso, sesso e ancora sesso. Ecco l’ossessione e il tabù più ambito degli ultimi sessoanni. Ce lo ritroviamo nei film, nelle “sfumature” dei romanzetti all’ultimo grido, e anche nei corpi di donne- cornici che presenziano in quei programmi televisivi dove la loro partecipazione non avrebbe alcun senso e invece, scosciate e quasi denudate, sembrano gridare allo “sport” più antico del mondo. Il problema viene proprio quando il sesso diventa “problema”. A rivelarcelo è stato Max Uliviero, toscano di origine ma bolognese di adozione, che ha levato l’ascia sul sesso come terapia per i disabili. Occhi sgranati e disorientati, quindi, una relazione che mette insieme due enormi patate bollenti, quella della disabilità e del sesso che nell’immaginario collettivo non sono mai andati a braccetto.

Come giustamente ci fa notare Max, i disabili riempiono le pubblicità per Telethon, lanciano quei messaggi da “salice piangente” e non rientrano nella categoria dei fruitori di sesso. A loro, è vietato il piacere, o per usare un termine ben più pulito, quel benessere psicofisico che del buon sesso riesce ad apportare. In effetti, stando alla situazione attuale, ad un disabile italiano, non manca soltanto il diritto ad una vivace vita sessuale, ma ad una vita dignitosa, fatta di assistenza e di cura di tutti i bisogni di cui necessita. Se il bel paese non è un luogo per giovani e per anziani, non lo è neanche per i disabili. Max Ulivieri chiede, allora, quello che già in altri paesi è stato realizzato: l’istituzionalizzazione della figura dell’assistente sessuale per persone con handicap. “Un disabile non ha solo bisogno di mangiare, bere e di essere portato a fare una passeggiata: ci sono anche i desideri e i bisogni sessuali”, questa assistenza darebbe perciò la possibilità ai disabili di vivere realmente la propria sessualità. A quanto pare, secondo Max: “molti disabili non sanno neppure cosa vuol dire essere toccati da un’altra persona. E tanti non possono, per le proprie disabilità, nemmeno masturbarsi. Sarebbe bello se tutti potessero trovare l’amore, certo, ma nel frattempo hanno diritto a vivere la propria sessualità”. Un diritto che non è certamente secondario rispetto al concetto di dignità del disabile, forse non riconducibile a quelli primari, ma chi riuscirebbe a vivere sette giorni in astinenza? Nessuno, a parte i “preti”, le “suore” e i bambini, rinuncerebbe al sesso, al gioco di mani che si intrecciano, alle cosce che si avvinghiano, alla pelle che tocca altra pelle, alle bocche che si aprono e che chiedono, instancabili, di “sentirsi” ancora, all’orgasmo che fa bene all’anima e che inaugura la cultura della cura di sé e dell’altro.

Max Ulivieri, malato di distrofia muscolare sa cosa vuol dire, è sposato, ha avuto altre fidanzate, ha conosciuto il sesso e come tutti non può farne a meno, lotta affinché i disabili non ne siano esclusi e spiega che “l’’assistenza sessuale è un servizio che consiste nell’avere a disposizione un team di specialisti: da psicologi o sessuologi all’assistente sessuale vero e proprio che permette al disabile di entrare in contatto con la propria sessualità. Il modo è deciso caso per caso: ci sono situazioni in cui la persona ha bisogno di vivere un’esperienza per essere spronato, in altri c’è la necessità di soddisfare un bisogno sostanzialmente fisico.

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L’assistente sessuale non promette di essere il principe azzurro: permette solo di entrare in contatto con questa parte di sé… Incontra la persona che lo/la contatta assieme allo psicologo e decide come e cosa fare. Possono essere carezze, stimolazioni, nella mia bozza di proposta non è previsto il rapporto completo, che sarebbe invasivo per l’assistente, ma metterebbe in gioco altre variabili (anche semplicemente sanitarie e igieniche)”. Una figura professionale, di tutto rispetto, dunque. Purtroppo, il problema di Max è essere troppo avanti per un paese che è sempre in ritardo e anacronistico, sempre troppo “fedele”  e troppo “piegato”. Dovrebbe ricordarsi di Maria Maddalena che con i suoi capelli corvini, dopo aver lavato i piedi al Signore, è poi, diventata santa. Madonne o “puttane” quindi, e non c’è spazio per le seconde, la figura dell’assistente sessuale sarebbe, infatti, riconducibile a queste. Non deve dimenticare il signor Ulivieri, che il sesso come fonte di piacere e di benessere è bandito dal sistema, “si fa all’amore” solo per procreare. La verità, poi sta da un’altra parte.

Rachele Minichino