BRASILIA, 28 GENNAIO – E’ di almeno 232 morti e 117 feriti il bilancio delle vittime dell’incendio scoppiato nella notte tra sabato e domenica al Kiss, discoteca della cittadina universitaria di Santa Maria, in Brasile. Secondo le forze di polizia la maggior parte dei ragazzi che non sono sopravvissuti al rogo sarebbe morta per asfissia o calpestata sulla pista e sugli spalti dalla folla che tentava di fuggire.

Al momento la discoteca è stata chiusa e posta sotto sequestro, in attesa dei risultati dell’inchiesta che verrà condotta per fare chiarezza sulla dinamica dell’incidente. Restano infatti dubbi sulle cause che hanno portato alla morte i giovani per i quali il sindaco di Santa Maria, Cezar Schirmer, ha proclamato 30 giorni di lutto.

Secondo alcune testimonianze all’interno del locale si trovavano più di duemila persone, benché la sua capienza sia di mille; secondo altre voci, invece, quella notte la discoteca non ospitava più di 300-400 ragazzi.

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Lo scoppio dell’incendio sarebbe stato dovuto all’accensione da parte del cantante del gruppo rock che si stava esibendo di un bengala, le cui scintille avrebbero raggiunto il soffitto, fatto prevalentemente di polistirolo, materiale usato come isolante acustico, facendo così sprigionare un fumo altamente tossico.

Ma la tragedia – che è stata descritta come “la peggiore avvenuta nello stato di Rio Grande do Sul” – sarebbe stata determinata anche da altre concause.

Il Kiss era dallo scorso agosto ancora in attesa del rinnovo dei permessi rilasciati dalle autorità municipali per la necessità di cambiare la segnaletica interna e di aprire un’uscita di emergenza. Il locale ha infatti una sola porta di accesso, cosa che ha impedito ai pompieri di intervenire tempestivamente: i vigili del fuoco hanno dovuto prima aprire dei buchi nelle pareti e dunque le fiamme sono state domate soltanto tre ore dopo lo scoppio del rogo.

Alcuni testimoni riferiscono poi che i buttafuori avrebbero impedito alle persone di uscire dal locale, bloccando l’apertura della porta, per evitare che se ne andassero senza pagare la consumazione.

Beatrice Amorosi