MILANO, 1 DICEMBRE – Alla fine il velo lo ha tolto lui stesso; ed era un velo pietoso. Andy van der Meyde, (in)dimenticato esterno offensivo olandese, ex tra le altre di Ajax e Inter, ha vuotato il sacco raccontandosi Geen genade, “Senza pietà”, titolo della sua (triste) autobiografica pubblicata pochi giorni fa.

Una carriera rovinata con le proprie mani da molti vizi e nessuna virtù. E pensare che ad Amsterdam, nell’Ajax di Ronald Koeman, era considerato una delle ali più forti del calcio europeo; a testimoniarlo, nel 2003, c’era stata anche la grande chiamata da parte di Moratti che lo aveva voluto a tutti i costi a Milano sganciando ben 6 milioni di euro.

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La triste verità, però, è che dell’Andy neroazzurro ci si ricorda solo per quell’eurogol messo a segno nella vittoria dell’Inter all’Higbury contro l’Arsenal per 3-0 (Champions League 2003-04). Poi Andy non ce l’ha fatta più e tutto ciò che in lui c’era di negativo è uscito allo scoperto. Il vaso di Pandora si è aperto a Liverpool, sponda Everton dove in quattro stagioni (dal 2005 al 2009) riuscì a mettere assieme la miseria di 20 presenze, un ricovero in ospedale a causa di un drink “corretto”, una multa di 70 mila euro, la sospensione dalla squadra di Moyes e la retrocessione in quella Riserve. La sua fine da calciatore professionista, insomma, che ufficialmente arriverà poco dopo, alla giovane età di 32 anni.

“Una volta passai una serata a gozzovigliare a Manchester, mi scolai un’intera bottiglia di rum e andai direttamente agli allenamenti – racconta Andy nella sua autobiografia – Ai test registrai il mio miglior tempo di sempre, ma non riuscii a nascondere la sbronza”.
L’ennesimo “giocatore maledetto(si)”, dopo i celeberrimi George Best, Paul Gascoigne e Diego Armando Maradona ma dopo anche gli indimenticati Ezio Vendrame, René Higuita ed Eduard Streltsov, uno che per i suoi eccessi finì anche in un gulag.

Tiziano Marino