MODENA, 4 OTTOBRE – Questa è la storia di Roberta Tagliani, una modenese di 43 anni e, della sua malattia: cancro trifocale duttale infiltrante di secondo grado al seno sinistro, con un alto tasso di proliferazione. Le è stato diagnosticato lo scorso 24 marzo. Roberta, secondo i medici che l’hanno visitata, ha due chance: sei cicli di chemio per cercare di trovare i farmaci più idonei a combattere i tumori e poi un’operazione che prevede uno svuotamento ascellare e una mastectomia; oppure scegliere di fare prima l’operazione e poi la chemio.  L’oncologo le suggeriva subito la chemio, il chirurgo era per l’intervento.

Il pensiero della donna va subito ai suoi figli di 5 e 6 anni. Cosa gli avrebbe detto quando avrebbe perso tutti i capelli? Come avrebbe spiegato loro che la sua mamma stava male di una malattia difficile? Ma Roberta si è fatta forza e, casualmente, da un articolo di giornale e vagando sul web è venuta a conoscenza del metodo Di Bella o multitrattamento Di Bella. Una sorta di cura “alternativa” dei tumori, ideata tra il 1997 e 1998 dal medico Luigi Di Bella e al centro di una grande polemica mediatica e che ha coinvolto vari medici. Nel 1999  prima e, di nuovo nel 2005, il Ministero della salute ne aveva decretato l’inefficacia terapeutica: i pazienti sottoposti al trattamento, non ne avevano tratto nessun beneficio, né terapeutico, né per quanto riguarda l’allungamento della vita. Nel 2011 i figli dell’ideatore, che hanno istituito una fondazione (Di Bella), hanno divulgato su internet il metodo, ritenendolo invece valido. Roberta ha deciso di rischiare, lo avrebbe fatto comunque in entrambi i casi. «Voglio che si sappia che esistono persone come me. Voglio che si sappia che siamo in tanti e che pur non essendo all’ultimo stadio della malattia, abbiamo avuto il coraggio di scegliere una cura diversa rispetto alla chemioterapia. Cura che ci ha dato dei risultati positivi e in poco tempo, facendoci vivere una qualità di vita nettamente superiore rispetto a quella  di chi invece affronta la malattia seguendo i protocolli tradizionali» ha detto. Una follia, secondo i medici che la seguivano.

[smartads]

Si rivolge così ad un chirurgo oncologo di  Verona che usa il multitrattamento consistente in una miscela di farmaci, ormoni e vitamine (in particolare somatostatina, bromocriptina,melatonina, complesso vitaminico e ciclosfamide). A  due mesi di distanza da quel 24 marzo, il cancro, dopo 79 giorni di cura alternativa, è scomparso. A confermarlo sono gli esami del Pet effettuati da un radiologo ancora incredulo.  Non è guarita, spiega la donna, perché il cancro comunque sia cambia la vita. «Da allora, ogni giorno, prendo 30 pastiglie, 3 volte lo sciroppo, acido ascorbico e mi porto sempre dietro un microdiffusore di somatostatina che viene iniettata nelle mie vene con regolarità».

 Ma Roberta sta bene e probabilmente lo starà ancora in futuro, ma chiede di essere ascoltata, chiede che si parli di lei, della sua storia e della storia dei tanti che come lei, anche nella provincia di Reggio e di Modena, hanno scelto questa cura. Chiede che se ne parli perché è una cura difficile. Certo, non ha attraversato quello che coloro che scelgono la chemio attraversano, perché le vitamine presenti nella cura la mantengono attiva; ma il MDB ha costi troppo elevati. “Il primo mese, per curarmi, ho speso 2.350 euro. Ogni 28 giorni faccio una puntura che da sola costa 1.450 euro”, cifre insostenibili. Centinaia e anche di più, sono i soStenitori di questo metodo che hanno aderito al gruppo su facebook e diverse sono le testimonianze a favore di questo metodo. Allora perché costi così elevati che impediscono ai più di scegliere per provare a sopravvivere?

LE TESTIMONIANZE – Esemplare la testimonianza di Gabriella, sorella di Franco Ambrosino imprenditore fiorentino morto, nel 2007, a 68 anni di cancro. Questi aveva intrapreso la cura Di Bella, ma in seguito alla morte del figlio che lo aveva condotto lontano da casa, aveva deciso di rinuciarvi. È vissuto due anni, sotto cura, tranquillamente, facendo la vita di sempre e prendendo le consuete pastiglie. Stava bene. Ma non appena ha interrotto (era difficile portarsi dietro le pastiglie e l’ago da infilarsi nella pancia ogni giorno), è precipitato nel baratro che lo ha condotto alla morte.