ROMA, 4 OTTOBRE – Ieri era il giorno di Paolo Gabriele alla sbarra del processo ‘Vatileaks’. Gabriele è stato sentito in aula dai giudici vaticani e ha ammesso di aver fotocopiato i documenti riservati e di averli fatti uscire dalla Santa Sede. Tutto questo, ha tenuto a sottolineare Gabriele, senza complici e nell’interesse della Chiesa.

Il ‘maggiordomo infedele’ si è proclamato innocente per l’accusa di furto aggravato che gli viene mossa e ha ammesso di essere colpevole unicamente di aver tradito la fiducia del Santo Padre. Ecco un passaggio delle dichiarazioni di Gabriele: “Riguardo al furto aggravato mi dichiaro innocente. Mi sento colpevole per aver tradito la fiducia che aveva riposto in me il Santo Padre, che io sento di amare come un figlio”.

I DOCUMENTI

Gabriele è accusato dal tribunale vaticano di aver sottratto centinaia di documenti e di averli passati al giornalista di La7 Gianluigi Nuzzi che li ha raccolti e pubblicati nel libro ‘Sua Santità’. A casa di Gabriele sono state sequestrate ben ottantadue scatole contenenti copie di documenti, soprattutto contabili, indirizzati al Papa. Il ‘corvo’ ha raccontato di aver fatto due copie di tutte le carte sottratte, una da passare all’esterno e una da tenere a casa perché rimanesse una traccia di quel che stava facendo, precisando di aver fatto tutte le fotocopie all’interno della Città del Vaticano, di fronte a tutti nella ‘sala dei segretari’.

L’ASSEGNO E LA PEPITA

A casa di Gabriele, in una scatola da scarpe, sono stati rinvenuti un assegno da cento mila euro e una pepita ‘che a prima vista sembra d’oro’. Gabriele ha smentito però categoricamente di aver ricevuto un pagamento per i suoi servizi e di non aver mai visto quei due oggetti.

Interrogati sul ritrovamento, i due gendarmi vaticani che hanno perquisito casa Gabriele pare che abbiano dato risposte contrastanti, è forte il sospetto che i due reperti siano stati piazzati lì ad hoc.

MONSIGNOR CARLO MARIA VIGANO’

[smartads]

Gabriele ha raccontato ai giudici di aver iniziato la raccolta dei documenti contabili all’indomani del ‘caso Viganò’. Nel 2010 l’ex segretario del Governatorato, Monsignor Carlo Maria Viganò, in una lettera indirizzata al Papa e in seguito pubblicata, si lamentava della gestione finanziaria del Governatorato antecedente alla sua e si rammaricava del suo ‘esilio’ a Washington come nunzio apostolico, a suo avviso uno spostamento architettato da alcune componenti ‘malate’ interne ai vertici vaticani.

Don Georg, il segretario del Papa e uno dei principali accusatori di Gabriele, ha però raccontato ai giudici di aver ispezionato i documenti sequestrati a Gabriele e di aver trovato anche carteggi del 2006 e del 2008, e alcune lettere indirizzate a lui, in particolare una ricevuta da Vespa e pubblicata proprio da Nuzzi.

LA TORTURA

Gabriele, dopo aver ammesso le sue colpe in merito alla fuoriuscita dei documenti dalla Santa Sede, ha voluto parlare della sua condizione detentiva dei primi giorni di carcerazione. L’ex maggiordomo del Papa ha raccontato di aver vissuto venti giorni in una prigione piccolissima dove era difficile perfino allungare le braccia e in cui la luce veniva lasciata accesa 24 ore su 24.

La Santa sede, attraverso gli organi competenti, si è subito affrettata a smentire le circostanze descritte da Gabriele precisando che, al contrario, il maggiordomo avrebbe ricevuto un trattamento di favore visti i suoi rapporti con la Santa sede.

Il giudice ha voluto comunque vederci più chiaro e ha invitato l’avvocato difensore di Gabriele a inoltrare una denuncia, sollecitando gli organi competenti a intraprendere un’indagine interna sui presunti “abusi” subiti dal maggiordomo.

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che da anni si occupa delle condizioni delle carceri, ha voluto dire la sua in merito: “Le dichiarazioni di Paolo Gabriele sulla sua condizione di detenzione sono sorprendenti. L’ impedimento del sonno causato dalla luce tenuta accesa 24 ore su 24 è considerato da tutti gli organismi internazionali una classica pratica di tortura, così come l’isolamento prolungato del detenuto”.

Simone De Rosas