BERGAMO, 19 SETTEMBRE .  Cominciano a dare risultati le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio. Secondo gli inquirenti, infatti, il dna del padre dell’assassino della bimba sarebbe custodito da una marca da bollo appiccicata su una vecchia patente e dal francobollo di una cartolina.

L’uomo abitava a Gorno con moglie e due figli ed è morto a 61 anni, nel 1999. Ecco perché, per avere il suo profilo genetico, gli investigatori hanno analizzato degli oggetti che gli appartenevano. È l’ultima notizia che trapela dall’inchiesta sull’omicidio della tredicenne di Brembate Sopra, uccisa da chi, a quattro mesi dalla scadenza delle indagini, non ha ancora un nome.

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Ma che cosa c’entra quest’uomo con Yara? Bisogna partire dal recupero del corpo della povera tredicenne, il 26 febbraio del 2011, a tre mesi dalla scomparsa. Era sempre stato nel campo di via Bedeschi, ai margini della zona industriale di Chignolo d’Isola. Sugli slip e sui leggings della vittima viene isolato il Dna di uno sconosciuto: si trova in piccolissime tracce di sangue da gocciolamento. Rintracciare chi ha il profilo genetico perfettamente identico a quello, significa, probabilmente, essere arrivati all’assassino; il “probabilmente” è d’obbligo» confidano alcuni investigatori. Se, infatti, si scoprisse che appartiene a chi aveva contatti con Yara, come prova a processo potrebbe non reggere sotto i colpi di un buon avvocato. Se, al contrario, appartenesse a uno sconosciuto, allora sarebbe la prova regina, perché faticosamente scagionabile.

Iniziò la caccia ai Dna. Sono stati prelevati ai vicini di casa di Yara, ai frequentatori della palestra da cui è sparita quella sera, agli intestatari dei cellulari che, sempre quella tragica sera, hanno agganciato le celle telefoniche di Brembate Sopra e Chignolo d’Isola. Anche i frequentatori della discoteca Sabbie Mobili, che si trova vicino a quel campo, vengono sottoposti ai prelievi di saliva. Proprio da quest’ultimo ambiente emerge il dato che fa sperare nella svolta. Il profilo genetico di un ragazzo è simile a quello del presunto assassino, ma non è identico, quindi non basta per gridare al colpo di scena. Gli inquirenti sono comunque convinti di aver imboccato la strada maestra. I suoi familiari vengono sottoposti al test. Si arriva a uno zio che si è trasferito a Frosinone. Ma anche il suo Dna non è identico a quello «ignoto». E non ha figli da sottoporre all’esame. Le indagini si estendono quindi ai fratelli dell’uomo. Uno è vivo, ma nemmeno lui c’entra nulla. L’altro, invece, è deceduto. Chi indaga non vuole lasciare nulla di intentato, perché quella del Dna è l’unica pista da seguire.  Si cercano, allora, tracce biologiche negli oggetti che gli sono appartenuti, come appunto la patente e alcune cartoline. Viene estratto un profilo genetico. I punti di contatto con quelli del presunto assassino aumentano, per gli esperti sono significativi, ma ancora una volta non sono sufficienti. I figli del deceduto, così come i parenti lontani, vengono sottoposti al prelievo. Da Gorno, alla Valle Seriana, fino all’hinterland di Bergamo, dove la parentela si è spostata.  Esito: negativo.

Un rebus che fa dannare polizia e carabinieri. Da qui l’ipotesi di un figlio illegittimo. La vita privata dell’uomo viene ribaltata. Uno choc anche  per la sua famiglia. Lui era tutto casa e lavoro… Lo confermano numerosi testimoni sentiti da chi indaga. Di un figlio chissà dove non c’è traccia.

Mentre proseguono i prelievi di Dna agli intestatari dei cellulari, la pista di Gorno viene battuta ancora. Lo confermano le nuove convocazioni, stavolta soprattutto di donne. Un elemento che fa pensare che gli investigatori siano alla ricerca anche della madre di chi ha tolto la vita alla piccola di Brembate. Nomi e cognomi custoditi in lunghi elenchi. Una sorta di banca dati a cui attingere per trovare la soluzione a questo tragico rebus.

Maria Francesca Cadeddu