PERUGIA, 18 SETTEMBRE .. E’ atteso per oggi il nuovo inquietante capitolo della ‘saga di Perugia’. Dopo la contestata assoluzione in secondo grado per l’omicidio di Meredith Kercher, Raffaele Sollecito torna a far parlare di sé.

L’occasione questa volta non è un’aula di tribunale ma la presentazione negli Stati Uniti del libro-verità Honor Bound scritto dal giovane studente pugliese in collaborazione col giornalista Andrew Gumbel, per anni inviato in Italia di Reuters e The Independent.

Nelle circa 270 pagine, Sollecito ripercorre la sua vita a partire dal tragico novembre 2007 fino alla sentenza di assoluzione pronunciata nei mesi scorsi, rivisitando a posteriori alcuni particolari salienti sulla sua strategia difensiva e sull’accusa guidata dal Pubblico Ministero Giuliano Mignini.

LE RIVELAZIONI

E’ Maurizio Molinari de La Stampa a svelare in anteprima le osservazioni più succose contenute nel libro.

Sollecito racconta che subito dopo la sentenza di primo grado in cui venne condannato a 25 anni di reclusione, ci furono dei movimenti strani in seno all’accusa e la sua famiglia fu contattata da un avvocato perugino, legato al pm Mignini. L’avvocato in questione, secondo Sollecito, avrebbe avuto legami d’amiciza col Mignini, tanto da essere invitato al battesimo del figlio del pm.

L’avvocato prese contatti con lo zio di Raffaele, Giuseppe, sostenendo che “avrei (Raffaele ndr) dovuto accettare un accordo, confessando di aver avuto un ruolo minore, come ad esempio aver aiutato a ripulire la scena del delitto pur non avendovi avuto alcun ruolo”, questo si legge a pagina 220. L’avvocato continuava sostenendo che “Raffaele potrebbe ricevere una condanna da 6 a 12 anni ma poiché non ha precedenti penali avrebbe la condizionale e dunque uscirebbe senza fare altra prigione”. Tutto questo a patto di ‘scaricare’ Amanda, addossandole tutte le colpe dell’omicidio di “Mez”.

[smartads]

Sollecito riferisce inoltre che la sua famiglia aveva saputo tramite persone vicine al pm che “Mignini sarebbe stato disposto anche a riconoscere che ero innocente se gli avessi dato qualcosa in cambio, incriminando direttamente Amanda oppure semplicemente non sostenendola più”.

Ecco allora che il padre di Sollecito spinge, comprensibilmente da padre addolorato pur rendendosi conto della situazione poco ortodossa, per un incontro nell’estate del 2010 tra Mignini e l’avvocato Bongiorno, che nel frattempo aveva assunto la difesa dello studente pugliese.

Raffaele però racconta che appena Giulia Bongiorno venne a conoscenza dei fatti “fu inorridita e minacciò di lasciare l’incarico perché una trattativa segreta costituiva la violazione della procedura legale”.

Conclude Raffaele chiedendosi come “sia possibile per un pm credere nell’innocenza dell’imputato e al tempo stesso tentare di convincere la giuria a condannarlo alla pena dell’ergastolo”.

Come biasimarlo se questa storia fosse vera.  Sollecito però ci consentirà di usare il condizionale visto che, per sua stessa ammissione, racconta vicende a cui lui non ha assistito direttamente, ma che gli sono state riferite negli ultimi mesi e a supporto delle quali non può portare nessun elemento di effettivo riscontro. Resta allora un grande punto interrogativo su queste rivelazioni: Sollecito avrà detto la verità, inorridito dal sistema della giustizia italiana, o ha mentito? La risposta nel prossimo capitolo di questa intricata vicenda.

Simone De Rosas