WASHINGTON, 14 SETTEMBRE – Dal Kashmir al Marocco, dal Sudan all’Iran, dal Bagladesh alla Tunisia, persino in Israele, un’ondata di rabbia ha coinvolto ieri, migliaia di musulmani contro il film che offende il Profeta e contro, soprattutto, il Paese dove sarebbe stato prodotto: l’America.

Dopo l’assalto al consolato Usa di Bengasi e l’uccisione, avvenuta martedì notte, di quattro cittadini statunitensi, tra cui l’ambasciatore a Tripoli, è stato soprattutto in Yemen ed in Egitto che ieri la situazione è stata più agitata.

Situazione in Yemen

A Sanaa, alleata degli Stati Uniti nella lotta contro Al Qaeda, che nel sud del paese ha una sua roccaforte, centinaia di persone hanno sfondato i cancelli dell’ambasciata americana, gridando “oh Messaggero di Dio, siamo pronti al sacrificio”. Al”interno del compound fortificato è scoppiato un incendio, mentre auto venivano date alle fiamme, e fuori la polizia sparava. Quattro persone uccise ed una dozzina ferite.

Mentre in Egitto

Per il terzo giorno davanti all’ambasciata Usa de Il Cairo si sono viste scene di guerriglia, con centinaia di manifestanti: molotov, lacrimogeni, bandiere bruciate, quella innalzata sull’edificio strappata, scontri con la polizia, almeno trenta feriti.

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Perfino nella piccola striscia di Gaza ieri sono scesi in piazza in qualche decina: in mancanza di sedi diplomatiche Usa, la protesta è avvenuta davanti agli uffici dell’Onu. Lo stesso a Teheran, dove è toccato alla Svizzera, che rappresenta l’America, dalla chiusura della loro ambasciata nel 1979, di assistere alle urla di gruppi inferociti: “Marg-bar Amrìka” (morte all’America).

Sul versante americano

In America la preoccupazione sui rapporti con Il Cairo è evidente. Obama, già costretto ad affrontare in piena campagna elettorale, la crisi diplomatica con Israele, per via dell’Iran, ha ammesso che l’instabilità del più importante Paese arabo, se confermata, porrebbe “davvero un problema serio”.

L’amministrazione del presidente ha preso le distanze dal video diffuso su YouTube e bloccato per ora solo in Afghanistan per timore di sollevazioni.

Ancora ieri il segretario di Stato, Hillary Clinton, l’ha definito “disgustoso e riprovevole”.

Ma non è bastato.

Ieri nessun rappresentante di Washington è stato colpito, ma l’allarme è altissimo, Obama ha inviato verso le coste libiche due caccia-torpedinieri con missili, nonché marines e droni.

La sicurezza delle sedi statunitensi è stata rafforzata, e l’allerta è massima anche in Europa.

La nuova ondata di violenza anti-americana nel mondo islamico va infatti ben oltre il motivo, che in apparenza l’ha scatenata, ovvero quell’assurdo, quanto misterioso filmato.

A lungo soffocato dalle dittature alleate, il sentimento popolare che vede negli Stati Uniti un nemico, soprattutto per l’appoggio ad Israele, si sta diffondendo con l’emergere delle frange islamiche più estremiste. E questo preoccupa, non solo Washington, ma il mondo intero, compresi i milioni di cittadini dei paesi arabi convinti o fiduciosi, solo un anno fa, che la caduta dei loro raìs fosse l’inizio di una vita normale, libera ed in pace.

Flavia Pugliese