VENEZIA, 8 SETTEMBRE – Questa è la prima volta del Condor al Lido, poi farà un salto al Festival di Toronto. Benchè il 18 agosto abbia compiuto 76 anni, Robert Redford è in piena attività: ha appena finito di girare All Is Lost in Messico, e sta per gettarsi nella promozione di The Company You Keep, film politico, ma con ampi risvolti umani, realizzato da una fitta schiera di attori amici.

Shia LaBeouf e Susan Sarandon per dire i principali.

Alla Mostra è fuori competizione, ma sfodera più ambizioni commerciali del piccolo The Conspirator, anche se in fondo corrisponde alla stessa sensibilità. Redford ama riflettere sulla storia americana, recente o lontana, senza ipocrisie ideologiche, spesso con il piacere, lui obamiano dichiarato, a differenza del collega Eastwood, di scardinare qualche luogo comune politicamente corretto.

In The Company You Keep incarna un maturo militante del movimento del movimento radicale di ispirazione comunista-rivoluzionaria Weather Underground che infiammò, con rapine a mano armata e attentati dinamitardi, l’America a cavallo degli anni ’60-’70.

La protesta contro la guerra del Vietnam presto degenerò, con esiti nefasti. Inseguiti dall’Fbi, i cosiddetti Weathermen passarono alla clandestinità e solo nei primi anni ’80, alcuni di essi si costituirono o forono catturati.

Ispirato all’omonimo romanzo di Neil Gordon, il film immagina che uno di questi attivisti mai beccati, Jason Sinai, si sia rifatto una vita col nome di Jim Grant, facendo l’avvocato ad Albany, New York.

Vedovo, l’uomo è stimato nella comunità. Finché l’arresto di una ex compagna di lotta non mette in moto la curiosità di un giovane giornalista deciso a vincere il Pulitzer. Il cerchio si stringe intorno a Grant, meglio scappare in Canada, insieme alla figlia Izzy.

[smartads]

Una giornata da divo quella di Redford, a Venezia, tanti applausi ma anche tanti fischi dai fan delusi: non ha firmato nessun autografo.

“Non so perchè non ero mai venuto a Venezia, in gioventù ho vissuto a Firenze, a Roma e a Cortona. Sono felice id essere americano, ma invidio i vostri 2000 anni di Storia”, inizia così la conferenza stampa di Robert Redford alla Mostra del cinema di Venezia, continua e non si risparmia, su nessun argomento, immancabile la politica.

“Alla loro convention (si riferisce ai Repubblicani, ndr) hanno speso più soldi del Superbowl! Mentre la gente muore di fame, hanno parlato di problemi che interessano i ricchi, camuffando le bugie per verità. L’America di Obama ritiene che il cambiamento sia inevitabile; l’America di Romney farà qualsiasi cosa per evitarlo. Si è creata una situazione difficile nella politica del mio Paese, e la cosa mi rattrista molto”.

Su Clint Eastwood e la sua scenetta, mentre parla alla sedia vuota di Obama, per rimarcare il suo vuoto di potere, è ironico: “Non commento mai quello che fanno i colleghi. Bisognerebbe chiederlo alla sedia”.

Che cosa ne pensa il cittadino Redford di quella protesta armata? (stiamo, ora, parlando dei fatti che hanno ispirato il film) “Avevano buoni motivi di ribellarsi, soprattutto per la guerra in Vietnam, ma ho sempre ritenuti che si sarebbero autodistrutti, a causa del loro ego. Io all’epoca pensavo solo alla famiglia e alla carriera, ero un outsider. Non ero coinvolto e il cinema non è il luogo adatto per fare propaganda. Mi sono ispirato al protagonista de I miserabili, che scappa di prigione e si rifa una vita. Dopo 30 anni mi sono interrogato su quagli attivisti: hanno combattuto per una giusta causa? Mi interessava l’emozione che si annidava in quella causa”.

E’ una storia che riflette anche sulle generazioni che si avvicendano nel giornalismo: “Una volta le uniche fonti erano la TV e i giornali, non c’era Internet, eppure oggi è diventato più difficile trovare la verità. Ai giovani lasciamo un mondo che sta marcendo ma ho fiducia in loro”.

Redford ha girato un film classico? “Forse sono vecchio, credo nella forza delle storie. La tecnologia farà il suo corso, ma le sale cinematografiche non moriranno, la gente avrà sempre il bisogno di incontrarsi, di condividere un’energia”.

Alla sua nona regia, Redford arpeggia sui temi cari: i sogni americani, utopie, contraddiszioni.

Dalle poche sequenze diffuse sembra un gran bel film. Redford maneggia la grinta pensosa dell’eroe contraddittorio, in un clima ansiogeno alla Tre giorni del Condor.

Flavia Pugliese