Naufragio a Lampedusa: l’ipotesi della nave madre

Naufragio a Lampedusa: l'ipotesi della nave madre. 79 tunisi dispersi nel Mediterraneo

LAMPEDUSA, 8 SETTEMBRE – Procedono a pieno ritmo le ricerche per ritrovare i 79 dispersi del naufragio che nel tardo pomeriggio di ieri al largo di Lampedusa ha coinvolto 136 immigrati tunisini diretti nel nostro paese, tra i quali dieci donne e sei bambini.

La Procura di Agrigento è al lavoro per ricostruire la dinamica del naufragio, anche se le prime indagini accreditano sempre più l’ipotesi di una cosiddetta “nave madre”, una grande imbarcazione che avrebbe trasportato i migranti per poi gettarli in mare e fuggire.

LA CRONACA – L’allarme è scattato ieri nel tardo pomeriggio, quando alla Capitaneria di Porto di Palermo è arrivata la telefonata da satellitare di un immigrato tunisino che chiedeva aiuto perché il barcone su cui viaggiava era in avaria.

L’uomo si trovava nei pressi dell’isola di Lampione, 12 miglia al largo di Lampedusa.

Immediatamente sono partite le ricerche dei mezzi di Guardia Costiera e Guardia di Finanza, e attorno alle due e mezza di notte è stato individuata la zona del naufragio e sono stati soccorsi i primi superstiti, alcuni ancora in mare, altri aggrappati agli scogli di Lampione.

Al momento sul luogo, oltre a varie unità della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, sono impegnati anche tre elicotteri militari della Nato, un elicottero belga Frontex, squadre di sommozzatori  e alcuni pescherecci privati.

Finora sono stati recuperate cinquantasei persone, tra cui cinque minori senza genitori e una donna incinta, mentre è stato ritrovato un solo cadavere.

Le ricerche continuano incessantemente da un giorno ma non c’è traccia dei 79 immigrati che mancano all’appello; la vicenda, quindi, si profila sempre più come l’ennesima tragedia in mare.

Nel frattempo i superstiti sono ospitati nel Centro di Soccorso e Prima Accoglienza di Lampedusa, in contrada Imbriacola.

L’IPOTESI DELLA “NAVE MADRE” – Raccontano i superstiti di aver viaggiato su un vecchio motopesca in legno di dieci metri.

Gli uomini impegnati nei soccorsi, però, finora non hanno trovato alcun relitto, o pezzi di esso, in mare.

Piuttosto debole anche l’ipotesi di un naufragio molto rapido: sul fondo del mare non è stato trovato nulla e le condizioni meteo non erano proibitive.

Le indagini della Procura di Agrigento, coordinate dal sostituto procuratore Renato di Natale, avvalorano sempre più l’ipotesi di una nave madre che avrebbe trasportato i 136 tunisini fino all’isolotto di Lampione per poi “scaricarli” a mare e fuggire per la propria rotta.

Per questo motivo la Procura stessa ha aperto un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio.

Di Natale ha affermato: «Non abbiamo ancora gli atti a disposizione, ma l’ipotesi privilegiata è proprio quella della nave madre, sia in base alle testimonianze raccolte sia perché né Capitaneria né Guardia di finanza hanno rinvenuto pezzi del barcone affondato».

Questa ricostruzione però non chiarisce un altro interrogativo sul naufragio, ovvero perché il motopesca non sia stato subito intercettato dalle navi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza subito intervenute dopo la segnalazione arrivata alla Capitaneria di Porto di Palermo.

Ilaria Facchini

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