PALERMO, 4 SETTEMBRE – Sfila a Venezia, ricevendo grandi applausi, la firma del cinema palermitano con un film che straripa di cannoli e fichidindia. É il nuovo film di Daniele Ciprì, primo lavoro senza Franco Maresco, tratto dal romanzo di Roberto Alajmo, accolto dagli applausi alla Mostra del cinema. Ha reinventato una Palermo tanto immaginaria quanto realistica in un altrove pugliese.

‘Sono partito dal grottesco per sfociare nella tragedia greca – spiega il regista in un incontro con la stampa -. E’ una storia vera di donne come ce ne sono molte non solo in Sicilia’. ‘E’ stato il figlio’, accolto da un lungo e sentito applauso alla proiezione per la stampa di questa mattina, racconta la storia della famiglia siciliana Ciraulo composta da Nicola (Toni Servillo), sua moglie Loredana (Giselda Volodi), i due figli, Tancredi (Fabrizio Falco), il primogenito, e Serenella, la piccola di famiglia e i due nonni Rosa e Fonzio. Daniele Cipri’ spiega che la storia sia molto legata al presente, anche se non era sua intenzione parlare dell’oggi. Eppure, aggiunge, ‘succede tutt’ora che con un gratta e vinci o con il videopoker ci si riduca in mezzo a una strada. Quando ci sono i soldi di mezzo, infatti, spesso si spaccano le famiglie, sono convinto che il denaro porta al male e non al bene’. Per raccontare questa storia, aggiunge il regista, ‘sono partito dal grottesco per sfociare nella tragedia greca’. Un epilogo che fine porta la firma di una donna, la madre di Nicola, che prende in mano la situazione per garantire la sopravvivenza della famiglia. ‘E’ una storia vera – aggiunge Cipri’ – di queste donne ce ne sono molte non solo in Sicilia’.

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Eccola, dunque, la Palermo da cinema, così finta e così vera, una tragicommedia greca e al finale ‘inquadratura di Monte Pellegrino come bandiera di una città forse troppo romanzata.‘ Ci tenevo a portarmi appresso Santa Rosalia, altrimenti si sarebbe arrabbiata’ – scherza Daniele Ciprì – In Sicilia c’erano delle difficoltà a finanziare questo film, mal per loro, ma io non ho avuto nessun problema a girare questo film in un altro luogo perché Palermo così com’è non l’avrei mai inquadrata. Scherzando con i produttori dissi che avrei voluto girare in Russia, perché volevo un quartiere alla Tarkovskji. Poi sono andato in Puglia e ho visto che molti luoghi mi ricordavano scorci di Palermo ed era quello che volevo: evocare Palermo. E poi devo ringraziare Toni Servillo, uno che pensavo sarebbe stato irraggiungibile per me: già il suo modo di camminare racconta Palermo io non volevo un siciliano come protagonista.

‘Non so se esiste un metodo per palermitanizzarsi’ – risponde Servillo scherzando – so che a Napoli c’è un solo dialetto mentre i siciliani hanno la presunzione di credersi l’ombelico del mondo, per cui il vero dialetto è quello catanese, anzi, no, è il palermitano, i veri cannoli sono quelli di Messina, no di Catania… Io non mi sono posto il problema dell’aderenza mimetica ma tenevo a fare un personaggio che avesse un forte valore simbolico: un tonto eterodiretto che ci fa un po’ pena. Conoscevo bene il cinema di Ciprì e Maresco e quando Daniele mi ha chiamato ho detto subito sì. Semmai ero io a temere di non avere i numeri per il suo tipo di linguaggio cinematografico. A me ha impressionato di questa storia il sangue che chiama il denaro e il denaro che chiama sangue. L’economia che anziché portare benessere porta il male. E questo è un segnale forte che manda Ciprì, come un allarme‘.

In questa sua prima volta Ciprì è riuscito ad accordare e far interagire il registro di un attore del cinema italiano come Servillo le maschere del teatro popolare palermitano che, come dice Ciprì ‘hanno la città stampata addosso’.

Chiara Arnone