MILANO, 2 SETTEMBRE – Una vita lunga e dedicata interamente alla Chiesa, quella di Carlo Maria Martini, conosciuto da tutti come esponente dell’ala riformista della Chiesa Cattolica. In un momento così delicato per la Chiesa, che si trova di fronte all’esigenza impellente di un cambiamento non più rimandabile, di apertura nei confronti di un mondo che è ormai profondamente mutato, la figura del cardinal Martini mancherà profondamente.

IO, WELBY E LA MORTE

E’ questo il titolo dell’articolo che il cardinal Martini aveva voluto pubblicare su Il Sole 24 Ore il 21 gennaio del 2007. In questa lunga riflessione sulla vita e sulla malattia, Martini si interrogava sull’opportunità di un approfondimento, anche della Chiesa, sulle cosiddette “cure di fine vita”. Prendendo spunto dal caso di Piergiorgio Welby, e elogiando le cure palliative, proponeva alla Chiesa e al legislatore dubbi legittimi in merito all’”accanimento terapeutico” e cioè a quelle che lui definisce “nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano – ma che – richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona”.

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Senza autorizzare in alcun modo l’eutanasia, sbagliata per definizione, Martini sottolineava l’esigenza del libero arbitrio da parte del malato di decidere quando le cure non sono più necessarie, quando cioè, la vita si sta naturalmente spegnendo. A quel punto è necessario guardare “più in alto e più oltre che è possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna”.

Una riflessione che scosse fortemente gli ambienti della Chiesa romana e che lo catapultò, suo malgrado, alla ribalta come espressione della modernizzazione della Chiesa.

MARTINI E LE BR

E’ il 27 maggio del 1984, l’Italia ha appena vissuto gli anni bui del terrorismo e delle Brigate Rosse, Milano è il fulcro dei movimenti di lotta armata comunista e Martini è in prima linea. Spesso la Chiesa viene additata come fiancheggiatrice del potere, di certi ambienti contro cui le Br e i gruppi loro affini si scagliano. Il cardinal Martini no, lui è un uomo normale, una persona perbene, un uomo di cui anche i terroristi hanno stima. Quel giorno, Ernesto Balducchi, condannato per banda armata, invia dal carcere una lettera al cardinal Martini in cui dichiara: “Noi vi affidiamo le nostre armi”. Si pensò a una consegna metaforica e invece pochi giorni dopo, il 13 giugno, un uomo si presenta al Duomo di Milano e consegna al segretario di Martini tre borse piene di armi, il segretario avverte Martini che chiama il prefetto e gli affida le borse.

Questo il ricordo di quel giorno del cardinale, raccolto dal giornalista Aldo Maria Valli per il suo libro “Storia di un uomo”: “Non ebbi paura” –  “Quando portarono le borse con le armi – disse il cardinale – chiamai il prefetto. Arrivò e io dissi: bene, apriamo le borse. Lui restò inorridito ed esclamò’: per carità, non tocchiamo niente! Una situazione curiosa. Temo che un po’ di paura l’ebbe invece il mio segretario di allora”.

Anche i terroristi si arresero all’uomo cui solo il Parkinson ha impedito di diventare Papa.

Simone De Rosas