BOLOGNA, 30 MAGGIO – Uno degli aspetti più interessanti emerso del terremoto che ha investito l’Emilia Romagna nell’ultima decade è il fenomeno di liquefazione. I terreni sedimentari della Pianura Padana hanno letteralmente intensificato le scosse.

Il sottosuolo sabbioso ha amplificato l’effetto distruttivo come confermano alcuni dei massimi esponenti della geofisica italiana.

“La roccia – spiega Maria Rosaria Gallipoli, dell’Imaa Cnr – è un materiale più stabile che disperde più rapidamente le onde sismiche mentre esistono terreni sedimentari possono fluidificarsi come è successo alle sabbie fini della zona di San Carlo, Sant’Agostino o San Felice, che possono amplificare, come hanno fatto alcuni strati di argille, le scosse. In particolare in bassa frequenza”.

“La liquefazione – spiega il geofisico Carlo Mucciarelli, professore emiliano presso l’Università della Basilicata – è un fenomeno che si verifica con sabbie fini e con falda molto in superficie. L’amplificazione determinata da certi terreni dipende invece dallo spessore della copertura sedimentaria: se lo spessore è alto si amplificano le frequenze basse, che danneggiano maggiormente le strutture più grosse come chiese, campanili, castelli, capannoni. Se lo spessore è più basso si amplificano le frequenze più alte che danneggiano più le abitazioni minori”.

“E’ un fenomeno ben noto – concorda Mazzocchi dell’Ingv – che ha probabilmente inciso nei danni registrati da certe strutture in questa crisi sismica. Probabilmente quanto il fatto che certi edifici, anche recenti, non erano antisismici. Ma questa è un’altra amara storia”.

MR