MILANO, 17 MAGGIO – I Pm milanesi hanno iscritto, ieri, sul registro degli indagati Umberto Bossi e i suoi due figli Renzo e Riccardo. Le accuse sono diverse: per il padre si parla di truffa allo Stato in concorso con l’ex tesoriere Belsito, per i figli si parla di appropriazione indebita.

I fattacci vanno fatti risalire, secondo la Procura di Milano, alla gestione “alternativa” dei rimborsi elettorali per l’anno 2010. Dagli atti emerge che il presidente fondatore della Lega era informato dell’uso improprio della notevole cifra, 18milioni di euro solo nel 2011, che Belsito gestiva in favore della Family. Sia l’ex tesoriere del carroccio, sia la segretaria amministrativa Nadia Dagrada hanno aggiunto ai magistrati che non solo Bossi sapeva, ma approvava la dissipazione di denaro a favore dei suoi familiari.

Ai figli del Senatur sarebbe stata corrisposta una paghetta da 5mila euro al mese per spese personali, inclusi gli alimenti per l’ex moglie di Riccardo e le finte lauree del trota. Tutto normale, peccato che quei 5mila euro non sarebbero usciti dal conto corrente di papa Umberto, bensì dalle casse del partito. Se provato questo giro di denaro configurerebbe il reato di appropriazione indebita per i figli, a cui i Pm aggiungono l’aggravante di “rilevante entità” date le somme concesse.

Facendo due conti: se dal 2008 al 2011 i figli hanno incassato 5mila euro per gli sfizi personali in 96 mesi avrebbero messo in tasca l’esorbitante cifra di 480mila euro. Questo sarebbe anche il motivo della truffa ai danni dello Stato, che si configurerebbe per il Senatur, in quanto il rendiconto 2011 della Lega, firmato dall’ex segretario, mostrerebbe irregolarità.

È presente nell’incartamento dei magistrati un documento nel quale il figlio maggiore Riccardo chiede soldi a Belsito. La frase di chiusura non concede dubbi sull’avallo del padre: «Ne ho parlato oggi con papà». Il documento sarebbe emerso in seguito ad una perquisizione della cassaforte di Belsito a Roma.

Insieme alla family sul registro degli indagati sono finiti anche il Senatore della Lega, Piergiorgio Stiffoni e, l’ormai noto, Paolo Scala. Per il primo si indaga per il reato di peculato, non essendo chiari alcuni movimenti di denaro partiti dal conto della Lega a Palazzo Madama. Per il secondo, l’uomo dei fondi leghisti a Cipro e in Tanzania, si sarebbe configurerebbe il reato di riciclaggio.

Rosy Mauro e la moglie di Bossi, Emanuela Marrone, al momento nono risultano indagate. Da indiscrezioni, però, sembra che i Pm milanesi siano in possesso di una intercettazione nella quale si fa riferimento a 300mila euro in contanti pronti per la scuola Bosina, fondata nel 1998 dalla moglie del Senatur come protesta contro il nuovo sistema scolastico elementare nazionale. E anche i versamenti verso il sindacato padano, Sinpa, di cui Rosy Mauro è presidente, non avrebbero una tracciabilità così chiara. Anzi non esisterebbe proprio il bilancio del sindacato e questo sembra indirizzare gli inquirenti verso l’ipotesi di completa disponibilità di qual denaro da parte di Rosy Mauro.

Una dura botta per partito di via Bellerio soprattutto in ottica di immagine. Gli avvisi di garanzia, infatti sono arrivati a tre giorni dai ballottaggi per le amministrative, forse annullando tutta le fatiche dello “spazzino” Maroni.

Luca Bresciani