MILANO, 15 MAGGIO – Il consiglio federale della Lega termina con tre punti fermi: Bossi presidente fondatore “a vita”, Maroni segretario e tre vicari, di cui uno dovrà essere necessariamente veneto.

Non un passo indietro, ma un vero passaggio di consegne in casa Lega. Bossi nella sua ultima apparizione in pubblico, il 4 maggio a Monza, aveva esortato i leghisti: «Vogliatevi bene e non fatevi la guerra al congresso». Un vero e proprio messaggio di saluto al suo popolo così “legato” al suo leader.

Ecco allora che Maroni che, scopa in mano, sale di grado e si erge paladino della pulizia del carroccio dalle figure che rischiano di affossare tutto il movimento. Ieri è arrivata la consacrazione dell’ex ministro dell’Interno avallata da Tosi, unico politico leghista che ha riscosso successo alle ultime elezioni amministrative.

«La cosa più logica è una candidatura unitaria, quella di Maroni segretario, per essere un partito forte e credibile», aveva anticipato ieri prima della fine dei lavori, analizzando i risultati delle consultazioni. C’era comunque bisogno di ufficialità del ritiro di Bossi dalla guida del carroccio, arrivata poi in tarda serata.

Adesso è necessario rivedere l’intero statuto del partito, perché oltre al capo unico occorre mettere nero su bianco la divisione dei poteri con i tre vicari. Le nomine dei tre hanno già concorso ad infuocare il clima. Da un lato i moroniani Salvini e Stucchi, dall’altro “nuovi giovani” rampanti vogliono riscattare un peso maggiore all’interno del partito, come Tosi, Cota, Zaia. Anche “vecchi lupi di montagna” come Calderoli potrebbero non accontentarsi del ruolo di coordinatore di partito. Le votazioni del consiglio sono previste per i primi di giugno.

L’eccellente tranquillità con cui Bossi ha concesso la leadership a Maroni è solo di superfice. Il Senatur, infatti, avrebbe confidato a i suoi pochi tenaci sostenitori «Non avevo scelta».

Luca Bresciani