ROMA, 24 APRILE – La Corte di Cassazione ha reso noto le motivazioni della sentenza con la quale, il 09 marzo scorso, ha annullato la condanna a sette anni per Marcello Dell’Utri. Non esiste nessun dubbio sull’esistenza del reato, si legge nella sentenza n° 15727 di ben 146 pagine, ma fanno difetto, per la Cassazione, gli anni tra il 1978 ed il 1982, quando il Senatore Dell’Utri non lavorò per Berlusconi.

Si tratta di un «vuoto argomentativo», come si legge nelle motivazioni, che ha permesso l’annullamento ed il rinvio della condanna a Marcello Dell’Utri. «Va dimostrata l’accusa di concorso esterno», sottolinea la Cassazione, «per il periodo in cui il Senatore di Forza Italia lasciò Fininvest per andare a lavorare per Filippo Rapisarda».

Vi è stato sicuramente, però «un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell’Utri». Di questo accordo, la Corte «valorizza e impernia la propria decisione sul rilievo della attività di “mediazione” che Dell’Utri risulta avere svolto nel creare il canale di collegamento o, se si vuole, di comunicazione e di transazione che doveva essere parso, a tutti gli interessati e ai protagonisti della vicenda, fonte di reciproci vantaggi per i due poli», osserva la Cassazione.

È «dimostrato probatoriamente che Dell’Utri ha tenuto un comportamento di rafforzamento dell’associazione mafiosa fino ad una certa data, favorendo i pagamenti a Cosa nostra di somme non dovute da parte di Fininvest», spiega la sentenza.

La motivazione dell’impugnabilità, secondo la Suprema Corte, «si è giovata correttamente delle convergenti dichiarazioni di più collaboratori a vario titolo gravitanti sul o nel sodalizio mafioso Cosa nostra -tra i quali Di Carlo, Galliano e Cocuzza- approfonditamente e congruamente analizzate dal punto di vista dell’attendibilità soggettiva nonché sul piano della idoneità a riscontrarsi reciprocamente».

La assunzione dello stalliere Mangano ad Arcore risulta essere, continua la Cassazione, «la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa nostra e circa il tema della non gratuità dell’accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell’accordo, essendosi posto anche come garante del risultato».

Luca Bresciani