ROMA, 22 MARZO – Alle 16:00 di oggi pomeriggio è previsto l’ultimo incontro tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Il clima non promette niente di buono e Monti, con Fornero al seguito, non sembra intenzionato a mollare su nessun punto, specialmente sulle modifiche all’articolo 18.

Dopo giorni di silenti attese, anche il PD è uscito allo scoperto e, attraverso il suo segretario, Pier Luigi Bersani, ha fortemente criticato la proposta di riforme. Ospite di Porta a Porta, eccezionalmente in prima serata, il segretario emiliano ha tuonato: «Il governo non può dirci prendere o lasciare. Un decreto non esiste in natura. La questione dell’articolo 18 bisognava affrontarla alla tedesca, non alla americana e così è venuta fuori una cosa che non condivido. Diventeranno tutti licenziamenti per cause economiche e se anche fossero giudicate non veritiere, il datore di lavoro se la caverebbe con 15 mensilità, si squilibrano i rapporti di forza, non bisogna necessariamente essere Susanna Camusso per dirlo».

Per il futuro prossimo la linea del partito è dunque tracciata e Bersani, con un piglio insolitamente carismatico ha proseguito affermando il PD «si prenderà la briga di trovare le strade per correggere». Rispondendo ad una domanda di Vespa sul probabile comportamento di Monti, il segretario ha aggiunto «Lei pensa che il presidente Monti possa dirci “prendere o lasciare”? Io non me lo aspetto, noi votiamo quando siamo convinti. Con noi si ragiona». Il “sistema all’americana”, come lo ha definito Bersani, non va bene, le ipotesi iniziali dovevano spingere verso il sistema di tutele tedesco, ma la riforma rispecchia i propositi solo in parte.

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L’interrogativo, che nasceva ad una prima lettura, sulla straordinaria facilità con la quale i licenziamenti ambigui potevano trasformarsi in licenziamenti economici è sorto anche allo stato maggiore del PD. «Il punto è», ha osservato Bersani, che «nessuno ti dirà ti licenzio perché sei gay, ebreo, e nemmeno perché sei un lavativo. Diranno, ti licenzio per motivi economici».

Il PD non è il solo partito che ha chiesto dei distinguo. Anche IDV ha avvertito: «Siamo pronti ad un Vietnam parlamentare e a scendere in piazza con i lavoratori e i disoccupati». Il segretario Antonio Di Pietro, ha poi aggiunto «L’esecutivo rimanda a epoca lontana i nuovi ammortizzatori sociali, ma interviene da subito sull’articolo 18, trasformandolo in una specie di scalpo da consegnare alla Bce e non certo all’Europa che è ben attenta a non colpire, in questa fase delicatissima,  i diritti e le capacità di consumo delle famiglie e dei lavoratori».

Anche SEL, osserva Nichi Vendola, contesta la riforma: «la Cgil non è certo isolata nel Paese. E farà valere le ragioni di milioni di italiani,  nell’interesse del futuro dell’Italia. Compito del centrosinistra in Parlamento e nelle piazza, ora, è di non lasciare solo il proprio popolo».

Nel centro destra i pareri sono disuniti, come ormai sembra tutta la coalizione. PDL esulta per la fine della stagione della concertazione. Riguardo al merito del dibattito sull’art. 18, osserva l’On. Osvaldo Napoli, «diciamo che si è trovato un buon punto di equilibrio sul quale non si deve arretrare in Parlamento». Di avviso completamente diverso la Lega che promette battaglia. «Noi siamo contrari e contrasteremo il governo», questo il commento di Umberto Bossi.

Luca Bresciani