ROMA, 21 MARZO – La partita riguardante l’art. 18 è chiusa. La riforma del governo Monti prevede licenziamenti più facili e reintegro solo in casi gravi di discriminazione. Soddisfazione da tutte la parti sociali tranne la CGIL che promette mobilitazioni.

COSA CAMBIERA’

La proposta di Monti e Fornero per la “revisione” dell’articolo 18 si articola nei fatti attraverso una completa rimodulazione. Per i licenziamenti economici, infatti, sarà previsto solo l’indennizzo che può variare da un minimo di 15 mensilità ad un massimo di 27, da calcolare in base all’ultima retribuzione. Per quanto riguarda i licenziamenti disciplinari la possibilità del reintegro, solo nei casi più gravi, o l’indennizzo, per un massimo di 27 mensilità a seconda dell’anzianità, sarà affidata al giudice che in base all’analisi dei comportamenti dovrà decidere. Sul versante dei licenziamenti discriminatori, rimane la possibilità attuale del reintegro o dell’indennizzo che anzi viene estesa anche alle aziende con meno di 15 dipendenti.

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La lotta al precariato del Governo, come espresso nei giorni scorsi dal Ministro Fornero, si è incentrata sull’imposizione del contratto a tempo indeterminato come “contratto dominante”. La proposta prevede, infatti, che dopo 36 mesi (3 anni) di lavoro continuativo il contratto a tempo determinato non possa più essere reiterato ed è stato inserito l’obbligo di assunzione. Massima importanza, inoltre è stata conferita all’apprendistato da un lato e dall’altro assisteremo allo stop definitivo per gli stage post-laurea. Il Ministro ha “minacciato” « vincoli stringenti ed efficaci» per coloro che abusano delle collaborazioni con partita iva e dei contratti a progetto.

C’è una discrepanza enorme che ci impone degli interrogativi, nonostante la soddisfazione di tutte le parti sociali, tranne una. Uno dei maggiori obiettivi del governo, fin dall’inizio, era quello di convogliare gli ammortizzatori sociali in un unico strumento di tutela e per far ciò ha creato l’ASPI, che sarà a regime dal 2017. La nuova “filosofia” è: tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro. Ma se le “liberalizzazioni” sui licenziamenti, che sicuramente non aumentano la tutela del lavoratore, saranno a regime da subito e il nuovo modello ASPI solo dal 2017, qual è la “ricetta buona” per tutelare i lavoratori che a vario titolo nei prossimi mesi verranno scaricati a causa della crisi?

Luca Bresciani
Redazione Focus