TORINO, 13 FEBBRAIO – Sotto la Mole Antonelliana oggi è stato scritto un pezzo importante di storia italiana, una storia, la nostra, fatta anche di giustizia sociale. Sono le ore 14:54, il giudice Giuseppe Casalbore legge la sentenza che condanna in primo grado a 16 anni di reclusione il belga De Cartier de Marchienne ed il magnate svizzero Schmidheiny, ultimi proprietari della storico marchio ETERNIT AG. Il giudizio emesso dal tribunale riconosce gli imputati colpevoli di entrambi i reati a loro contestati: disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Gli stabilimenti per i quali la sentenza ha valore sono quello di Casale Monferrato e quello di Cavagnolo, in provincia di Torino, restano esclusi gli altri due grandi opifici di Rubiera, Reggio Emilia, e Bagnoli, Napoli, per questi il reato si è estinto a seguito di prescrizione.

Le ragioni della sentenza

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Accolte le istanze dell’accusa secondo cui i proprietari omisero di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l’esposizione all’amianto. Mancavano negli stabilimenti gli impianti di aspirazione localizzata, una adeguata ventilazione dei locali, le procedure di lavoro atte a evitare la manipolazione manuale delle sostanze e mancavano anche dei sistemi di pulizia degli indumenti in ambito industriale. Omisero di informare i dipendenti dei rischi che il prolungato contatto con la sostanza poteva avere per la loro salute. Gli operai non furono mai forniti degli di apparecchi di protezione necessari e non vennero mai sottoposti ad un controllo sanitario adeguato.

Il processo ebbe inizio il 6 aprile 2009, quando il Procuratore Raffaele Guariniello accusò i proprietari di essere responsabili delle numerose morti per mesotelioma avvenute tra gli ex-dipendenti delle fabbriche Eternit venuti a contatto con l’asbesto. Nonostante gli effetti devastanti dell’amianto sulla salute umana fossero stati scoperti nel 1962, negli stabilimenti Eternit, dislocati in molte zone d’Italia, si è prodotto fino al 1992, cercando di occultare ogni possibile correlazione tra il temibile mesotelioma pleurico e il contatto con il materiale cancerogeno in nome del più spietato profitto. Il rischio maggiore, ancora oggi da tenere sotto controllo, è dato dal lungo tempo di incubazione della malattia che può arrivare a 30 anni, una vera complicazione per le popolazioni che negli anni ‘80 vivevano a ridosso degli stabilimenti.

Le reazioni

Lacrime e applausi hanno accolto la lettura della sentenza nell’aula magna del tribunale di Torino. Per il ministro della Salute, Renato Balduzzi, si tratta di una sentenza storica che «corona una lunga battaglia che ha visto fianco a fianco la Repubblica, nel senso di tutti i livelli istituzionali, e il pluralismo sociale, in particolare forze sindacali e associazionismo dei familiari delle vittime».

I risarcimenti

In via “provvisionale” (una sorta di acconto), il giudice Casalbore ha riconosciuto un indennizzo che varia tra i 30 mila ed i 35 mila euro da corrispondere ai familiari delle vittime o ai malati, ex dipendenti degli stabilimenti Eternit. I legali delle vittime hanno fatto sapere che i risarcimenti finali verranno discussi nel prossimo processo civile. Anche i sindacati saranno risarciti con 100 mila euro per ogni sigla. Al comune di Casale Monferrato è stato riconosciuto un risarcimento di 25 milioni di euro, 20 milioni per la Regione Piemonte e 4 milioni per il comune di Cavagnolo. Al’INAIL verranno versati 15 milioni di euro di indennizzo provvisionale.

Luca Bresciani