NEW YORK, 20 GENNAIO – Dopo le discussioni sulla nuove legge Sopa (Stop Online Piracy Act) al vaglio del Congresso, che aveva procurato le proteste dei gestori di Google e Wikipedia preoccupati che potesse ledere la libertà della rete, ora tocca a Megaupload-Megavideo sopportare l’attacco diretto del Ministero della Giustizia statunitense, attacco che potrebbe risultargli fatale.

L’Fbi ha staccato ieri la spina al popolare portale di file-sharing Megaupload, uno dei più grandi e noti a livello mondiale, facendo scattare anche le manette ai polsi di Kim Schmitz, ideatore del sito, e di tre attuali amministratori, mentre altri due sono ancora latitanti.

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Più che un normale portale peer to peer, alla stregua del vecchio e defunto Napster o di Kazaa o eMule, Megaupload e il dominio associato consentivano agli utenti di caricare e quindi scambiarsi file di dimensioni troppo grandi per essere inviati ad esempio via mail, consentendo agli utenti che acquistavano i servizi a pagamento di usufruire di servizi di scaricamento ad alta velocità, garantendo così un certo margine di profitto alla gestione. Un’altra particolarità è il fatto che Megaupload gode di un certo appoggio anche da parte delle celebrità che per prime dovrebbero sentirsi danneggiate dalle accuse mosse dalle associazioni di categoria dei produttori americani che lo stesso fosse una delle maggiori fonti di file pirata al mondo.

Il fondatore, ed almeno stando ai rumors anche proprietario, è una sorta di bandito romantico del web: un hacker di origini tedesche, fornito di almeno tre o quattro alias e che stando alle prime indagini avrebbe accumulato un sostanzioso malloppo grazie al programma.

Matteo Borile