BOLOGNA, 04 DICEMBRE – Un gesto assurdo ma che racchiude in sé tutta la disperazione che un uomo può provare: getta la moglie dalla finestre e, subito dopo, si lancia nel vuoto anche lui. Un solo bigliettino, indispensabile per capire e comprendere: “Così potrò curare la mia bambina”.

Accade questa mattina a Bologna, nella periferia ovest, zona Reno, in via Quirino di Marzio. L’omicida-suicida è un uomo di 67 anni, Orlando di Domenico, nato a Salerno ma residente a Bologna ormai da tempo. La donna, sua coetanea, è Elsa Boni, di origini di Ferrara, da circa dieci anni malata di Alzheimer con un progressivo peggioramento della malattia negli ultimi tempi, secondo le prime indiscrezioni. E, molto probabilmente, è questa la causa principale che ha spinto l’uomo ha commettere un gesto così estremo. Non ci sono testimoni oculari, ma alcuni vicini hanno dichiarato di aver sentito, in due diversi momenti, due rumori tonfi, segno dell’impatto con il suolo dei corpi. Circostanza, questa, che escluderebbe l’ipotesi del “duplice suicidio” e avvallerebbe  l’ipotesi dell’omicido-suicidio. Di Domenico, infatti, avrebbe lanciato fuori dalla finestra dell’appartamento la moglie Elsa e, subito dopo, si sarebbe lanciato anche lui nel vuoto, dal quarto piano, dove vivevano.

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L’uomo è morto sul colpo, mentre la donna è morta a causa delle gravissime ferite riportate ed è deceduta pochi minuti dopo l’arrivo dei soccorsi del 118. Unica prova è un bigliettino ritrovato dalla polizia nell’appartamento, chiuso dall’interno, con una frase, dolorosamente agghiacciante: “Così potrò curare la mia bambina”. Una famiglia lacerata dalla sofferenza di una malattia che non conosce ceti o condizione economiche, ma che sempre più sta diventando una piaga sociale.

I vicini raccontano di una coppia molto unita e ricordando di Domenico come un uomo premuroso che accudiva ogni giorno la moglie, portandola a fare passeggiate e aiutandola in tutte le attività quotidiane. Fino a oggi e fino alla presa di coscienza della propria stanchezza e, forse, della propria inutilità nei confronti di una malattia così devastante e distruttiva come l’Alzheimer.

Federica Palmisano