MILANO, 17 APRILE – Oltre che con la polemica, seguita da un attacco personale, fra Moratti e Pisapia, la campagna elettorale milanese ha avuto anche diverse contrapposizioni tra i mondi cattolici. Infatti, da alcuni anni all’interno della chiesa ambrosiana convivono, non senza contrapposizioni, due diverse visioni di cattolicesimo.

La prima visione, quella cosiddetta “istituzionale” che trova il consenso negli ultimi due vescovi che hanno guidato la diocesi più grande al mondo dopo San Paolo del Brasile, Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi. A questa prima visione di cattolicesimo, vii appartengono “d’ufficio” le realtà e le figure più impegnate nel sociale tra le quali Caritas ambrosiana, Casa della carità e il suo presidente don Virginio Colmegna, Azione cattolica, Acli, ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo della curia ambrosiana diretto da mons. Gianfranco Bottoni.

La seconda visione, è quella legata al mondo di Comunione e liberazione, e più in generale legata  ai movimenti che si riconoscono in una visione più tradizionale di chiesa e che vivono con difficoltà un’apertura sociale che spesso è stata vista come prossimità alle istanze del centrosinistra.
Movimenti che hanno sempre mantenuto un rapporto diretto – sia a livello nazionale che locale – con l’attuale maggioranza di governo e di Milano, il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi con alleata la Lega di Umberto Bossi.

Le tensioni interne fra curia e Comunione e liberazione

Durante questi anni, non sono mancati momenti di tensioni interne tra la curia, quella ubicata in Piazza Fontana e l’universo di Cl, come per esempio, a metà degli anni ottanta, quando Roberto Fontolan e Antonio Socci vennero convocati dal Tribunale ecclesiastico della diocesi per via di un’accusa mossa dall’associazione di cattolici progressisti  “La Rosa bianca”. Chi si fece il carico della mediazione, allora, fu lo stesso cardinale Martini e l’oggetto della discordia fu un articolo pubblicato da due giornalisti sul settimanale  Il Sabato (nato da giornalisti vicini a CL) in cui gli accusatori avanzavano giudizi negativi su Giuseppe Lazzati, da poco scomparso.

Don Giussani invece, e al contrario delle giovani leve a lui vicine, non ebbe mai scontri diretti con la curia ambrosiana e sono sempre state fuori luogo le contrapposizioni che alcuni avevano adombrato in passato tra lo stesso Giussani e Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. Cosa che trova conferma con il libro più celebre di Giussani – Il senso religioso– del 1957, che vide la pubblicazione lo stesso anno dell’uscita di una lettera pastorale di Montini con analogo titolo.

L’occasione di una nuova disputa, in questi giorni, sono state le elezioni amministrative a Milano, o meglio l’appello di 219 cattolici a favore della candidatura di Pisapia. Immediata la critica su Tempi.it, dove B. Frigerio, prendendo spunto dall’appello stesso, sottolineava come all’interno di questo documento mancassero i riferimenti alla reciprocità religiosa e ai valori non negoziabili.
Insomma, lo scandalo sarebbe che tra i firmatari dell’appello compaiono non solo laici di sinistra – come Vittorio Agnoletto e Sandro Antoniazzi – ma anche sacerdoti ambrosiani tra i quali il già citato Don Virginio Colmegna.
Per Tempi.it «l’appello è un grande insulto all’amministrazione ora in carica».
Per quanto riguarda il tema religioso, sempre per Tempi.it ,  «non si misura la giunta Moratti sul suo supporto alle associazioni e alle attività caritatevoli».

L’affondo su Colmegna, non nuovo in questi giorni, riguarda i milioni di euro che Casa della carità ha ricevuto dal Comune per il rimpatrio dei rom. Una cosa che a detta di Tempi.it appare a Colmegna come irrilevante. Passando all’Islam l’autrice evidenzia come i firmatari colpevolizzano la maggioranza per non aver riconosciuto all’Islam il «diritto a costruire i propri edifici di culto».

Immediata la replica di don Virginio Colmegna il quale ricorda come «ogni scelta amministrativa è soprattutto legata a problemi concreti» ma il sacerdote milanese crede che «uno dei criteri più importanti» sia anche la cura per le persone con fragilità, le persone povere, le famiglie in difficoltà, «l’ospitalità a chi viene da un Paese lontano».

Il direttore della Casa della carità sulle scelte eticamente sensibili e la loro assenza nel documento ribatte che non regala allo schierarsi politico la sua coscienza di credente pur ricordando che dalla cultura conciliare ha appreso l’insegnamento del trovare convergenze con il bene possibile per favorire un clima culturale che favorisca «scelte coerenti con il Vangelo».
Per  Colmegna è questo il punto che lo contrappone alla visione di Tempi.it.  Perché «il modo di propagandare stili di vita che irridono alla morale, sostenere identità egoistiche e chiuse, mina alla radice la motivazione più profonda che mi fa scegliere giorno per giorno di stare a condividere la prossimità con chi nella città soffre, è escluso, è povero».

È chiaro Don Colmegna: per lui l’attuale inquilino di Palazzo Marino «si presenta con uno schieramento partitico» (mentre la volta precedente aveva promosso una lista autonoma dai partiti) e con un capolista (Berlusconi, ndr) che conosciamo e con un legame dichiarazione con la Lega che «non solo non posso condividere, ma che contrasta con la scelta mia di vivere la solidarietà».

Per le accuse sui fondi ricevuti dal Comune risponde che «mi fa specie che dopo aver sentito accusare di statalismo e di non sussidiarietà l’altro schieramento si continui poi a criticare citando risorse riferite a convenzioni regolarmente sottoscritte», e facendo presente che l’operazione dei rimpatri dei rumeni vengono destinate ad Avsi, associazione no profit.
Sempre Colmegna non crede proprio «che lo stile di vita non c’entri con una scelta e con un orientamento politico» per questo «il degrado etico e barzellettiere, mi preoccupa a tal punto che non mi permette di stare zitto».

Poi, sabato, giorno del silenzio, la Curia ambrosiana ha diffuso un invito a firma di monsignor Eros Monti, vicario episcopale Vita sociale. Indicativo il richiamo al Qoèlet e l’invito al tempo: «C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare».
Invito che sorge dopo una campagna elettorale che – per la chiesa di Milano – ha assunto «toni e modi particolarmente accesi». L’invito che ne consegue è alla pacatezza, alla riflessione seria, approfondita.
Parole che accompagnano un pensiero  sul senso di una contesa elettorale che non può essere lasciata in balia all’emotività e a frasi ad effetto.

Il voto, ha ricordato la Curia, è «atto di grande responsabilità verso tutti quelli che da quel voto sono e saranno condizionati». La richiesta che ne consegue ai futuri amministratori ed eletti è di creare le migliori condizioni per l’ascolto.

Sonia Bonvini