BOLOGNA, 24 SETT. – Un giovane su 4 è senza lavoro. La disoccupazione è all’8,5%. E cresce il numero di chi, scoraggiato, smette di cercare. Di chi fugge all’estero a cercarsi un futuro alternativo da quello sotto cui l’Italia vuole schiacciare a generazione. La scorsa settimana, a Palermo, un 27enne dottorando in Filosofia del linguaggio si è gettato dall’ultimo piano della facoltà. Da qualche tempo era particolarmente deluso, depresso, racconta il padre: gli avevano fatto capire, senza mezzi termini, che per lui non c’era spazio nell’università italiana. La falce del sistema corrotto in cui viviamo s’intaglia nelle gole del futuro dei giovani, e dei talenti che potrebbero fare di questo paese qualcosa di migliore non resta che lo scalpo. Non c’è spazio qui per l’ambizione, per i progetti, per la passione e la dedizione a un’idea, un sogno, una professione. viviamo in una società immobile, che non riconosce il merito, la selezione avviene solo sulla base del nome che porti o della famiglia a cui appartieni , si premia la struttura padronale, familiare, che basta a se stessa e che non si mette in competizione. E i giovani talenti o si affidano alle raccomandazioni o fuggono all’estero.

L’ultimo angosciante scenario ci viene disegnato da un ragazzo dell’università di Bari: “L’università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti”, titola la sua tesi di laurea.

In Italia il numero di docenti con lo stesso cognome è di 10 volte superiore alla media europea. E secondo le ultime ricerche dove ci sono maggiori intrecci la qualità della produzione è inferiore agli standard.

Il caso limite ce l’abbiamo a Bari, a Economia 42 docenti su 176 hanno tra loro legami di parentele, il 25 per cento, record assoluto in Italia. I leader indiscussi a Bari e in Italia nella classifica delle famiglie restano così i Massari. Commercialisti affermati, con un passato nel Partito socialista di Craxi, in cattedra hanno almeno otto esponenti, tutti economisti.

A Foggia conta ancora molto la dinastia dell’ex rettore, Antonio Muscio, secondo con 7 parenti nella top ten nazionale con la new entry Alessandro, assunto nell’ultimo giorno di rettorato del papà e nella sua stessa facoltà, Agraria.

A Roma le grandi casate sono due: i Dolci e i Frati. Accanto a papà Frati, per esempio, c’è sua moglie Luciana Angeletti e sua figlia Paola (insegnano a medicina, ma non sono medici) e il figliolo Giacomo.

Coincidenze statistiche? Secondo i dati raccolti nella tesi di Daniele, no. Lo studente ha infatti sviluppato un indice medio che misura la percentuale di omonimia in ogni facoltà di ogni ateneo e la percentuale media di omonimia in campioni della popolazione italiana in numero uguale ai docenti presenti nella facoltà osservata. Il risultato è incontrovertibile: in quasi tutti gli atenei l’indice di omonimia è più elevato rispetto alla media nazionale. Dieci volte di più a Catania, poco meno a Messina.

E mentre va tutto a rotoli l’Italia guarda sognante il Grande Fratello, aspirando ad un futuro da Belen Rodriguez, da Noemi Letizia, esempi di carriera pret-a-porter, dove una soubrette guadagna il triplo di un laureato, così da farci desiderare di essere come loro. Così i giovani cercano la scorciatoia, un modo per aggirare un sistema che ci prende in giro tutti i giorni, che ci nutre d’ambizione e poi ci lascia in preda alla lancetta, che ci vizia d’illusioni e standardizza i nostri problemi dentro riforme fittizie che ci fanno da contentino, perché ci vogliono tenere dentro i loro schemi, tutti buoni e contenti,  regalandoci gli obiettivi e poi alzando il prezzo agli strumenti per raggiungerli.

Fabiana Palano