teatro Duse

BOLOGNA, 9 GIU. – Un palcoscenico indignato, furibondo, battagliero, quello su cui ieri sera si è aperto il drappo al teatro Duse, nel centro di Bologna, un palcoscenico che difende a spada tratta il proprio sacrosanto spazio, urlando a suon di talenti e artisti che non ha nessuna intenzione di piegarsi sotto il meschino colpo alle spalle che gli è appena stato inflitto.

La recente manovra finanziaria del governo prevede infatti la soppressione dell’Ente Teatrale Italiano, e dei conseguenti contributi indispensabili per il lavoro e lo sviluppo del Duse.

Il teatro ieri sera brulicava già dalle 19:30, porte aperte a tutti i cittadini sostenitori della protesta, presenti tra le prime file orde di giornalisti, politici, attori, comici, ed alle 20:30 le 1000 poltrone del teatro erano già tutte al completo, con altri 400 spettatori che hanno assistito all’evento dall’esterno attraverso i maxischermi.

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, inizia così la serata, con l’articolo 9 della costituzione che rimbomba in sala, e con un Giorgio Comaschi conduttore che apre le danze a Dario Vergassola, al Fabrizio Testa Quartet, che intona una meravigliosa “Over The Rainbow”, a Corrado Tedeschi, che scende tra il pubblico per cullarlo su una sua poesia, lo segue l’attrice Marinella Manicardi, il musicista folk Fausto Carpani e Alessandro Haber, che esordisce con «Volevo solo dire che questo governo fa cagare. Questo teatro appartiene alla città e se sparisse sarebbe come la morte di un amico, di un parente, della madre».

La notte dell’orgoglio, la notte in cui l’arte si oppone al grande vuoto culturale che stiamo guardando progressivamente gonfiarsi nel nostro paese, come una grande bolla d’aria, una metastasi culturale che non vuole solo chiudere i teatri, vuole chiudere le anime, i cervelli, vuole educarci all’appiattimento intellettuale, davanti a televisori sempre più grandi e menti sempre più piccole, spingendo un’intera generazione verso l’intrattenimento piuttosto che verso la cultura, verso il capriccio piuttosto che verso l’impegno, verso la distrazione piuttosto che verso l’ingegno.

La chiusura di questo teatro riassume in un solo flagrante gesto, la linea sulla quale si muove la manovra del governo: tagliare i fondi all’istruzione, alla ricerca, alla cultura, significa tagliare le gambe al progresso, all’evoluzione, allo sviluppo, significa ingolfare le menti, paralizzare le coscienze, narcotizzarci a suon di pupe, calcio e varietà, così che sempre meno piazze si riempiranno delle nostre proteste, e sempre più discepoli verranno rubati ai teatri, ai musei e alle librerie, e così che menti sempre più vuote saranno sempre più facili da convincere a restare in silenzio.

Di “occlusioni intellettuali” parla in video Alessandro Bergonzoni, lasciando poi la parola a Malandrino e Veronica, agli archi del Comunale e, verso il gran finale, Silvio Orlando, Leonardo Manera, Paolo Cevoli e Vito.

In sala, ad applaudire, il rettore Dionigi, i politici Galletti, Raisi, Noè, De Maria, Donini, Cevenini e la presidente della Provincia Beatrice Draghetti.

«Dire che non ci aspettavamo il pienone è falso – dice il direttore del Duse Montanari — ma ha risposto ancora più gente delle previsioni. Firme per la petizione sui banchetti e magliette con in petto la provocazione “il teatro è inutile”, l’esercito del Duse ieri sera è sceso in strada, e come ha detto Bergonzoni “Grazie, per aver spento il televisore ed essere usciti di casa”.

Fabiana Palano – Foto Nucci/Benvenuti