Roma, 23 aprile – E’ stato duro e dai toni roventi lo scontro Berlusconi – Fini durante il direttivo del PdL, ancora in corso a Roma. Lo scontro si è consumato non solo attraverso parole dure, ma anche per mezzo di gesti eclatanti ed espliciti, i quali prospettano oramai l’esigenza di un serio ripensamento dei ruoli e delle gerarchie all’interno del partito politico.

BERLUSCONI, PARTE PRIMA – Il primo passo è stato compiuto dal premier Silvio Berlsuconi che salito sul palco, ha preso la parola per esaltare l’operato del suo governo e sottolineare l’esigenza di celerità nelle riforme costituzionali. Poi il Premier è passato alla questione più scottante, quella del correntone di minoranza ventilata da Gianfranco Fini.

Su questo punto ha dichiarato – con la solita demagogia che gli appartiene – che ”sono stati gli elettori a volere questo partito. Noi abbiamo realizzato un movimento che è democratico. La democrazia è fondamentale per il nostro partito. Fino ad ora questa democrazia ci ha consentito di lavorare bene insieme e di vincere tutte le elezioni nei due anni di vita del partito”. Un’esaltazione dei valori democratici subito tradita, però, dopo l’intervento di Fini.

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LO SCISMA DI FINI – Quando il Presidente della Camera è salito sul palco, infatti, ha affermato che “avere opinioni diverse rispetto al premier e presidente del partito significa esercitare un preciso diritto-dovere”. Per Fini, però, “nascondere la polvere sotto il tappeto è puerile”, così, ha iniziato a sciorinare una serie di temi, a suo avviso, altamente critici.

L’intervento del ‘divorziato in casa’ è durato quasi un’ora.

In primis, Fini ha parlato dell’appiattimento del partito sulla Lega. “Sono mesi che lo vado dicendo: al Nord siamo diventati una fotocopia della Lega”, ha detto. Fini ha citato, in particolare, le parole sugli insegnanti lombardi per la Lombardia, o calabresi per la Calabria, ma ha, anche, ricordato le polemiche legate ai medici spia o ai bambini esclusi da scuola perché i genitori immigrati hanno perso il permesso di soggiorno. Così si creano bambini di serie A e bambini di serie B, ha aggiunto.

Anche sulla riforma federale ha, opportunamente, segnalato la necessità di “discutere e valutare bene costi e vantaggi”, e non semplicemente seguire le imposizioni della monopolista Lega.

Successivamente, poi, il Presidente della Camera è passato ad esaminare la delicata questione giustizia. Una delle pagine più tristi ed oscure della storia democratica italiana.

Sono state ricordate le dure accuse del Cavaliere ai magistrati; ed è in questa occasione che si è avuto il primo scontro frontale tra i titani del Pdl

Fini ha affermato: “Non possiamo dare l’impressione che la riforma della giustizia possa apparire come impunità“. Ma a queste parole, la platea dei Berlusconiani ha fischiato.

Lo stesso Premier ha dimostrato una netta contrarietà e si è sentito chiaramente al microfono mentre, rivolgendosi a Fini – con lo stesso rispetto per la democrazia che era stato esaltato nell’incipit del suo discorso – ha urlato: “Gianfrancoooo…”.

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IL SILVIO FURIOSO – Terminato l’intervento provocatorio del Presidente della camera, ha così ripreso la parola Silvio Berlusconi, che ha espresso parole dure nei confronti di colui il quale lo aveva criticato.

“Mi sembrava di sognare. Non mi sono mai giunte queste richieste”. E ancora, rivolto a Fini: “Sono venuto martedì da te e tu davanti a Gianni Letta mi hai detto che ti eri pentito di aver fatto il Pdl. Questa è la realtà”.

Poi, ha continuato: “Il nostro partito è stato esposto al pubblico ludibrio in televisione da parte di Bocchino, Urso e Raisi”.

Il Presidente della Camera ha, però, scosso più volte la testa in dissenso e ha detto: “ma cosa stai dicendo???” e, poi, è anche scattato in piedi all’intervento di Silvio Berlusconi ed è andato sotto il palco con il dito puntato.

Per il presidente del Consiglio, in ogni caso, “le questioni evocate da Fini” non hanno “una grande importanza rispetto a tutto quello che abbiamo fatto come governo e che ci accingiamo a fare” e la conclusione è stata, infine, chiarissima: “Fini è accolto a braccia aperte se vuole fare politica, ma prima deve dimettersi da presidente della Camera”.

L’ANALISI – Uno spettacolo imbarazzante, dunque, quello che si è consumato quest’oggi sul palco dell’Auditorium della Conciliazione.

Uno spettacolo che odora di crisi e che dimostra la totale assenza da parte del leader del Popolo della Libertà di risposte valide su questioni pungenti che, oramai, non vengono sollevate soltanto dall’opposizione, oppure dai magistrati-rossi, ma anche dai membri del suo stesso partito.

Ciò che, oggi, è apparso agli occhi degli spettatori maggiormente oggettivi è stata una totale chiusura ad una critica democratica di fronte a scelte che potrebbero modificare gli stessi pilastri sui quali si fonda il nostro stato Repubblicano.

Attorno al tavolo dell’ultima cena sono amaramente rimasti seduti solo il presidente Fini e il fido delfino Italo Bocchino. Recatisi poi in preghiera nel podere dei Getsemani le guardie azzurre del tempio, guidate dagli apostoli traditori, consegnarono nelle mani di Re Silvio l’inerme figlio di An.

  • Valeria Castellano
  • Massimiliano Riverso

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