(A cura di Antonio Del Prete) Vince il partito dell’astensione. Questa è una delle poche certezze dell’ultima tornata elettorale. Con il 36,4%, infatti, gli astensionisti costituiscono il partito di maggioranza relativa del Paese. Una minoranza corposa di “puri” a cui vanno aggiunti i “riformisti” delle schede bianche e di quelle deliberatamente nulle. Un dato interessante, che diventa assai più rilevante se associato al suo incremento rispetto a cinque anni fa: più 7 %. Quale la causa ? Come per tutti i fenomeni complessi anche la questione elettorale è soggetta ad una molteplicità di fattori. Alcuni contingenti ed altri strutturali. Le recenti polemiche hanno condizionato solo relativamente l’intenzione elettorale dei cittadini. Anzi, la personalizzazione e la radicalizzazione dello scontro politico costituiscono ancora una forte spinta alla mobilitazione. Quindi, di resistenza all’astensione. Il solito film del referendum pro o contro Berlusconi è una delle ultime ragioni per cui molta gente decide di recarsi alle urne. Al contrario, il crescere dello squilibrio sociale e il conseguente assottigliamento del ceto medio hanno deluso l’aspettativa di emancipazione, praticata anche mediante la partecipazione politica da molte persone, le quali hanno visto sparire il loro orizzonte in una quotidiana battaglia per la sopravvivenza. Facile, pertanto, giungere alla conclusione dell’inutilità del voto, rafforzata peraltro da un sistema elettorale che abortisce la rappresentanza delle varie idee e dei diversi interessi. Si è, infatti, imposto “consensualmente” al popolo il principio secondo cui a contare siano solo il Governatore e la governabilità. E tutto il resto è noia. I cittadini annoiati, tuttavia, se ne stanno in casa per “divertirsi” a far tornare i conti. Così, la distanza tra la gente e la politica, determinata soprattutto dai grandi partiti, si ritorce soprattutto sui piccoli, ostacolati da impossibili raccolte firme, insormontabili soglie di sbarramento, e, quand’anche rappresentati nei consessi democratici, condannati all’inutilità politica dall’oligarchia dei numeri drogati e dalla frequente condizione servile dei mezzi d’informazione. I partitoni, poi, sono percepiti spesso come involucri vuoti, soggetti privi d’identità, la maggior parte delle volte sovrapponibili. Che senso può avere, dunque, andare a votare ? Insomma, si corre spediti verso il voto di sfiducia a questa democrazia. Quando la percentuale di astenuti supererà il 50% sarà inutile tirare in ballo i modelli delle altre pseudo-democrazie occidentali.

Nel frattempo occorre indubbiamente registrare la vittoria del centrodestra, che ha la meglio in sei regioni su 13 (le più popolose), le quali si aggiungono alle cinque già governate. Questo dato non solo capovolge la tendenza che vuole la maggioranza di Governo soccombere alle regionali ed alle amministrative, ma abbatte il muro del centro-sinistra locale, capace sin’ora di resistere alle folate berlusconiane. Le emergenze e la relativa gestione (tra realtà e percezione) hanno premiato Berlusconi, uscito vincitore dal referendum personalizzato che lui stesso aveva lanciato. Inoltre, non è da sottovalutare il peso favorevole determinato dalle scorribande sessuali del premier. In un Paese come l’Italia, infatti, dove non c’è stata l’influenza “moralistica” della riforma protestante, il trittico successo, soldi, sesso è divenuto sommo comandamento del dio pagano da adorare; e Berlusconi è il suo profeta.

Anche le vittorie, tuttavia, vanno analizzate. Il Popolo della libertà, che alle ultime europee si diceva certo di sfondare il muro del 40%, salvo poi fermarsi al 35% (alle politiche del 2008, invece, il dato era stato del 38% circa ) in pochi casi supera il 30%. Ovviamente il dato va ponderato in base alla popolazione di ciascuna regione.

Al nord, poi, il PDL subisce l’incredibile rimonta della Lega, mentre solo cinque anni fa il partito di Bossi raccoglieva dall’ 8 (Piemonte) al 17 % (Veneto) dei consensi. Oggi i “padani” raddoppiano sostanzialmente dappertutto. Se da una parte Fini continua a versare il voto di destra nel fiasco leghista, dall’altra il radicamento sul territorio e la concorrenza con gli stranieri tingono di verde il voto operaio, soprattutto nei distretti industriali. Ad ogni modo, benché i suoi esponenti continuino a tenere alta la bandiera federalista, la Lega è percepita sempre di più come raggruppamento politico di destra o di estrema destra: per questa ragione viene votata pure nel centro dell’Italia. In tal senso, paradossalmente il vento del nord potrebbe essere bloccato proprio dall’avanzata leghista, che fissa percentuali dal 5 al 6 % anche in Toscana, Umbria e Marche. Il partito del settentrione, mutando progressivamente la propria ragione sociale, si sta trasformando in un partito nazionale. Insomma, Roma non è poi così lontana.

Al contrario, un movimento come La Destra, a vocazione dichiaratamente nazionale, dopo aver registrato un voto grosso modo omogeneo nel 2008 (2,4 % alle politiche), si sta caratterizzando come una compagine regionale, ottenendo un risultato dignitoso solo nel Lazio (regione in cui il segretario Storace aveva puntato tutto).

L’UDC, quasi imperturbabile di fronte ai flussi elettorali, porta il suo 5-6% di fedelissimi a spasso tra centrodestra e centrosinistra: “Francia o Spagna purché se magna”.

A sinistra la situazione è più fluida. Il PD, eroso dagli scandali locali, dall’astensione, e tallonato dai “cagnacci” dell’IDV, continua a trascinarsi nel fango della crisi. Il partito “mai nato”, afflitto dal pensiero debole, privo di un messaggio forte, continua, dunque, a perdere fette di elettorato. Non di solo “riformismo” vive l’uomo – verrebbe da dire. Anche perché non si capisce bene cosa intendano con questo termine. Incapaci di affermare una posizione davvero diversa sul tema del lavoro, percepiti come il partito dell’accoglienza (quindi impopolari), inermi di fronte al berlusconismo, i democratici reggono solamente laddove il sistema di potere costruito nei decenni continua a rifocillare gli ex comunisti di consensi.

Ai fianchi del PD lavora l’Italia dei valori, che conferma l’8% delle ultime europee. Un risultato che, se confrontato con l’1,5 % circa delle regionali 2005, riflette allo specchio il calo della sinistra radicale. Appare evidente come il voto rosso degli anni scorsi non fosse in realtà ideologico ed estremista, ma eminentemente antiberlusconiano. Gli sbarramenti elettorali e l’opzione Veltroniana hanno chiarito l’equivoco.

Infatti, le liste, che in qualche modo si richiamano ad interpretazioni neo-comuniste o marcatamente di sinistra, calano dappertutto. Pressoché cancellate al nord, tengono, ma dimezzano i consensi, nelle cosiddette regioni rosse. L’exploit pugliese sfugge a questo trend, poiché Vendola ha saputo coniugare la sua credibilità e il carisma personale alla voglia di cambiamento sociale della gente di Puglia. Il comunista barese rappresenta oggi più che mai l’unica leadership possibile per il centro-sinistra a livello nazionale. Ha dimostrato di reggere la prova del governo locale pur nella tempesta giudiziaria, incrementando addirittura i consensi. Egli è in definitiva il solo capace di restituire alla sinistra Italiana una identità ed una visione.

Quella di Vendola, tuttavia è un’eccezione. Così come quella dei grillini al nord, i quali, attingendo poco e niente dall’elettorato “giustizialista” dell’IDV, hanno conseguito risultati incoraggianti soprattutto in Emilia-Romagna ( 7% circa ). In Piemonte sono stati addirittura decisivi per la sconfitta di Mercedes Bresso. Non bisogna stupirsi del successo di un comico come Grillo nella politica-spettacolo inaugurata da Berlusconi. Il successo del Movimento cinque stelle non va, però, ricondotto esclusivamente alle doti “teatrali” di Beppe Grillo. Esso, infatti, è il risultato della somma di più fattori: la politica di “casta”, l’esplosione di internet, la de-ideologizzazione e la crisi di legalità nel PD, che ha perso più di qualche voto a favore dei “grillini”. Non è un caso, però, che la loro affermazione sia confinata al settentrione d’Italia, area in cui l’esercizio elettorale è certamente più “libero” e partecipato. Ad ogni modo, la protesta nel Belpaese dura lo spazio di un mattino. Se la lista Grillo non dimostrerà sul campo la propria diversità, affrancandosi persino dall’immagine del suo leader (più che un capo, un concorso esterno in associazione politica), e non sarà capace di esprimere un progetto organico per il futuro, avrà poca vita davanti a sé. Chi vivrà vedrà. Per ora è solo una minoranza che si somma alle altre più corpose, tutte assieme incalzate da quella più grande di tutti: il partito degli astenuti.

Antonio Del Prete