Calcio sport pulito, calcio sport per tutti. Questo quanto meno nelle intenzioni. A poche ore di distanza dal rapporto che l’Associazione Italiana Calciatori ha pubblicato in merito alle aggressioni nei confronti di calciatori, l’Emilia Romagna e la provincia di Bologna hanno macchiato la propria maglia con un brutto episodio razziale. Bisogna scendere fino alla seconda categoria, in un match che, vista la posta in palio, avrebbe anche poco senso parlare di violenze e xenofobia. Al 96’ della partita tra Bazzanese e Miccia Formigine i padroni di casa raggiungono il pareggio e Tarellari, estraneo all’azione del gol, si avvicina all’avversario Daouda Cissè rivolgendogli alcuni insulti razzisti ed esponendosi in un saluto fascista.

Dall’episodio è nata una rissa furibonda, condannata fermamente anche dagli stessi tesserati della Bazzanese. La brutta pagina di calcio fatta registrare in provincia di Bologna è soltanto la punta dell’iceberg di un crescendo continuo di violenze ed episodi deprecabili. A puntare i riflettori sul fenomeno è stata ancora una volta l’Associazione Italiana Calciatori, che è corsa in difesa dei propri associati per riportare il calcio entro binari più vicini a quelli di una disciplina sportiva.

I numeri sono davvero allarmanti, e sottolineano come purtroppo in Italia il calcio sia seguito non come un passatempo o un divertimento, bensì come un momento in cui poter sfogare frustrazioni e delusioni, in cui riversare sugli avversari o addirittura sui propri calciatori qualsivoglia genere di violenza, che sia fisica o verbale. Nella stagione conclusasi a maggio, l’AIC ha registrato 117 azioni violente. Triste il primato di serie A e Lega Pro, ma non si salvano né il calcio dilettantistico, né tanto meno quello giovanile, a dimostrazione di una trasversalità del fenomeno che necessità di misure ad hoc.

Nella classifica degli episodi di violenza le maglie nere sono state assegnate a Lazio, Puglia e Campania, che detengono anche il maggior numero di Daspo emessi durante la stagione 2014-2015. Quel che davvero preoccupa, però, sono le reali motivazioni che provocano queste follie, spesso legate ad un risultato maturato improvvisamente o alla delusione per una serie di ko consecutivi. A prescindere da motivazioni e follia regressiva, non si può continuare a legare il calcio alle violenze. Chi scende in campo ha solo la “colpa” di credere in una passione, di inseguire un sogno, che nulla ha a che fare con insulti ed intimidazioni.