ROMA, 16 NOVEMBRE – Stagione 2011/2012, sulla panchina della Roma siede Luis Enrique, l’allenatore scelto dalla nuova proprietà americana per far tornare ai vertici della Serie A i colori giallorossi. Dopo 12 giornate di campionato la classifica recita 17 punti, il risultato di 5 vittorie, 5 sconfitte e due pareggi. Stagione 2012/2013, a guidare i giallorossi torna Zdenek Zeman, l’uomo della riscossa invocato dai tifosi dopo la deludente annata vissuta con il tecnico asturiano in panchina. Ma il risultato dopo 12 turni di Serie A rimane immutato: 5 vittorie, altrettante sconfitte e due pareggi.

Fatalità del destino, i due tecnici sono accomunati dal capitombolo nella stracittadina contro la Lazio, roba che non fa mai bene dalle parti di Trigoria. Cambiano gli interpreti dunque, ma non la sostanza. Il tanto atteso cambiamento proclamato dalla società in estate non è arrivato, ma se fino a qualche settimana fa la squadra godeva del sostegno incondizionato dei suoi tifosi, ora le cose sono cambiate. Perfino la maggioranza bulgara con la quale il boemo fu accolto a giugno (oltre 40 mila cuori giallorossi alla prima amichevole), sembra ormai uno sbiadito ricordo. A condannare l’allenatore di Praga sono i numeri impietosi di una difesa formato scolapasta: 23 reti subite, peggior passivo della Serie A insieme a Chievo e Pescara. Non proprio il massimo per chi doveva portare nella Capitale bel gioco e risultati. Una mediocrità che stride con quanto Zeman aveva promesso nel precampionato. “Questa Roma può giocarsela con tutti, non siamo inferiori a nessuno”, le dichiarazioni che fecero infiammare di speranza il popolo giallorosso. Ma dopo le batoste prese con le odiate Juventus e Lazio, e le clamorose rimonte subite contro Bologna, Udinese e Parma, la pazienza della piazza sembra giunta al limite.

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E’ doveroso sottolineare  che non tutte le colpe possono essere attribuite all’allenatore; nell’attuale rosa mancano quei giocatori con determinate caratteristiche, indispensabili per attuare il calcio che vuole il boemo. Primo fra tutti l’assenza di un regista di ruolo che lo scorso anno fu decisivo nella scalata del suo Pescara alla massima serie; secondo la presenza in attacco di tante punte centrali, quanto invece servirebbero degli incursori laterali indispensabili per attuare il 4-3-3. E’ chiaro che Tachtsidis non è Verratti, così come Totti non può avere la freschezza atletica e la corsa di Insigne.

Ma il d.s. Sabatini non si era consultato con Zeman in sede di mercato? E come mai il tecnico avrebbe avallato l’acquisto di giocatori per nulla adatti al proprio credo calcistico? Uno a caso, Mattia Destro, pagato 16 milioni di euro e messo in disparte dallo stesso Zeman. Interrogativi e dubbi che stanno attanagliando i tifosi romanisti, intimoriti dall’idea di vivere un’altra stagione nell’anonimato. Certo, il calcio di Zeman è più spumeggiante e divertente rispetto a quello spento e senza idee di Luis Enrique che però, rispetto al boemo, concedeva meno dietro (solo 14 i gol subiti dopo 12 giornate). E chissà che proprio in questo momento l’asturiano non se la rida di gusto, visto il modo in cui è stato trattato da società e tifosi. Tuttavia, la parentesi Luis Enrique fa già parte di un passato brutto ma archiviato, quella attuale ha tutte le carte in regola per poter scrivere un finale più lieto. Servono vittorie e punti in classifica per far si che il ritorno di Zeman alla Roma, da sogno diventato realtà, non si trasformi nel peggiore degli incubi calcistici.

Calogero Montalbano