ROMA, 14 FEBBRAIO – Anche le attività commerciali della chiesa pagheranno le tasse e saranno sottoposte al regime di ICI, questa la proposta che il governo Monti discuterà giovedì, in occasione delle celebrazioni per i Patti Lateranensi, con Bertone, segretario di stato Vaticano, e con Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Non tutte le attività dovranno pagare le tasse, rassicura il Premier, che concede dei distinguo per le attività puramente no-profit. Il volume di immobili di cui il Vaticano dispone permette un giro di affari annuo di circa 4 miliardi di euro e non tutti gli immobili risultano “mappati” al catasto. La perdita per lo Stato è enorme e soltanto con l’inserimento dell’ICI, secondo le prime stime, si dovrebbero recuperare 400 milioni di euro all’anno. In tempi difficili come questi non si deve fare sconti a nessuno, sembra essere questo il monito di Monti.

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Il problema sulle esenzioni per le attività riconducibile alla Chiesa è nata in seno alla Commissione Europea nell’ormai lontano ottobre 2010, quando fu aperta un’indagine per aiuti di Stato illegali nei confronti dell’Italia. Ad oggi la Commissione non ha emesso il suo verdetto che è atteso per i prossimi mesi, ma la condanna per il nostro paese è ormai annunciata, almeno per il quinquennio 2006-2011. La prima legge di aiuto per gli esercizi commerciali ecclesiastici è datata 1992 e prevedeva la possibilità, per coloro che ritenevano di poter accedere alle esenzioni sull’ICI, essendo istituti di carità, di non registrarsi al fisco. Nel 2005, il governo Berlusconi, ribaltando una sentenza della Corte di Cassazione del 2004, confermò i privilegi, e aggiunse che bastava la presenza di una cappella all’interno dell’edificio per essere considerato esente dal pagamento delle tasse. Anche Prodi, nel 2006, si occupò della faccenda cercando invano di risolvere il vero dilemma: dividere in modo netto quali sono attività commerciali vere e proprie da quelle che sono attività socialmente utili e senza fine di lucro.

Alla soluzione del dilemma sembra essere arrivato il governo Monti che ha previsto la divisione all’interno delle strutture della Chiesa tra esercizio sociale ed esercizio d’impresa. Ciò significa che, come per le società che si occupano in parte di servizi pubblici ed in parte di servizi in concorrenza, riuscire a suddividere le due attività da un punto di vista fiscale. Questa soluzione, semplice sulla carta, è di difficoltosa attuazione sia dal punto di vista pratico, cioè riuscire a individuare i parametri quali sono le attività commerciali che non hanno fine caritatevole o spirituale; sia da un punto di vista giuridico nel quale una soluzione del genere al momento non è contemplabile.

Luca Bresciani