ROMA, 18 DICEMBRE – Attualmente è prevista un’indennità per un nuovo incarico oltre allo stipendio da magistrato, ma nella manovra del premier Mario Monti è previsto il divieto di doppio stipendio per chi ha incarichi di governo, che sarebbe opportuno estendere anche a tutti i magistrati distaccati in Italia e all’estero.

La riforma delle pensioni interverrà, dunque, anche su di  loro, e avranno certo motivo di lamentarsi. Ma dovranno farlo sottovoce: sono le toghe della Corte dei conti. Il presidente di sezione, alla fine della carriera, guadagna 234.159 euro lordi l’anno e le pensioni liquidate dall’Inpdap con il sistema retributivo nel corso del 2011 ai magistrati contabili sono state mediamente pari a 180 mila euro lordi, circa l’80 per cento dello stipendio dopo 40 anni. Somme dalle quali vanno detratti i contributi di perequazione previsti dalle leggi di stabilità del 2010 e del 2011, il 5 per cento oltre i 90 mila euro e il 10 oltre i 150 mila. Il sistema pensionistico totalmente contributivo, appena deciso dal governo Monti, influenzerà perciò anche loro. Il trattamento economico è identico per i magistrati ordinari, della giustizia amministrativa, di quella contabile e dell’Avvocatura dello Stato. Tuttavia la possibilità di restare in servizio fino a 75 anni rende la categoria dei magistrati diversa da tutte le altre e, nell’ambito del risparmio previdenziale, meno pesante. È vero anche che i magistrati ordinari guadagnano da 2.300 euro netti mensili a inizio carriera a circa 7.700 euro alla fine. La retribuzione cresce del 6 per cento con il passaggio di qualifica e del 2,5 con gli scatti biennali.

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Da Palazzo Spada, sede della giustizia amministrativa, arriva la notizia che la pensione dei magistrati di tar e Consiglio di Stato è di circa 153 mila euro lordi l’anno, con 24 anni nella qualifica di presidente di sezione, e dunque con 40 anni di anzianità aggiungendo i 16 anni iniziali. Attualmente, su 105 magistrati del Consiglio di Stato, due sono in aspettativa e 13 fuori ruolo, cinque dei quali per gli incarichi nel governo Monti: sono i presidenti di sezione Filippo Patroni Griffi, ministro dell’Ambiente; Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio; Mario Luigi Torsello, capo di gabinetto del ministero dello Sviluppo economico; i consiglieri di Stato Antonio Malaschini, sottosegretario ai Rapporti col Parlamento, e Caro Lucrezio Monticelli, capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente. Ricordiamo anche i casi clamorosi del presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e di Brunetto Bucciarelli Ducci, già presidente della Camera e giudice costituzionale, che furono promossi retroattivamente presidenti di sezione della Cassazione pur non esercitando da decenni. Il che significa che Scalfaro percepisce due corpose pensioni.

Dalla manovra Monti arriva però un compromesso: ci potranno essere «deroghe motivate per le posizioni delle rispettive amministrazioni». A novembre era stato il governo Berlusconi a mettere il bastone fra le ruote: si espose direttamente il ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma (forse il suo unico intervento in Commissione) per bloccare la norma chiedendo una riformulazione più «soft», pochi giorni prima delle dimissioni dell’esecutivo.
A quanto pare le cose non sembrano cambiate con il governo Monti. La scorsa settimana, in Commissione, è stato il rappresentante dell’esecutivo a chiedere un nuovo rinvio del voto sull’emendamento, per «poter assumere nuove informazioni».

Il deputato Pd Giachetti interviene in merito: «Sono d’accordo che servano interventi sugli stipendi dei parlamentari in un momento di crisi. Non vorrei, però, che mentre i riflettori sono tutti puntati sulla ‘casta’ dei politici, nell’ombra si lavori per sottrarre altre categorie privilegiate ai sacrifici che vengono chiesti a tutti».

Chiara Arnone