ROMA, 13 DICEMBRE – L’articolo 18 è intoccabile. I governi che in passato hanno solo ventilato l’ipotesi di scalfirlo ne sono usciti con le ossa preventivamente rotte. Che l’esecutivo Monti abbia in mente di rivederlo non è certo ma è molto probabile soprattutto perché ce lo chiede l’Europa. In effetti sotto la lente del commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, a fine novembre, era finito proprio l’articolo 18, seppur non citato esplicitamente.

Nel documento «Adressing italy’s high-debt/low-growth challenge» si legge, a pagina 6, un paragrafo che più esplicito non si può. «Per rilanciare la crescita necessitano misure» che «rimodellino le rigidità a protezione dell’impiego». Poi, ancora più chiaro: «In particolare, la legislazione sui contratti a tempo indeterminato potrebbe armonizzare i possibili licenziamenti alle dimensioni dell’impresa rimpiazzando l’obbligo di riassunzione (in vigore per aziende da oltre 15 dipendenti) con dei pagamenti proporzionati alla durata del cessando contratto».

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Il nodo arriverà al pettine la prossima settimana assieme ad altri. Uno potrebbe essere quello del reddito minimo garantito, misura di sostegno sociale che si applica in genere a categorie di cittadini che vivono un momento di difficoltà rispetto al lavoro: giovani in attesa di prima occupazione, ultracinquantenni disoccupati con difficoltà di reinserimento, persone in condizione di marginalità sociale. La controindicazione: costa moltissimo. L’altro è quello degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità) che lo stesso Monti ha citato ieri durante il faccia a faccia con il premier danese Helle Thorning Schmidt: «Ho espresso l’interesse del governo per l’esperienza danese, soprattutto per quanto riguarda il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali», ha detto il Professore. E il modello danese poggia su un assunto: «Più si licenzia più si riassume». La Camusso è avvisata.

Chiara Arnone