BOLOGNA, 17 SETT. In fondo il PD è un po’ una sua creatura. Sarà per questo che Walter Veltroni, dopo le dimissioni strappalacrime ed i propositi africani, ha deciso di tornare in sella. “Non per dare origine ad una corrente, sia chiaro”. Neppure per candidarsi alle primarie. Forse, ma uno scopo, il “Movimento” creato con gli ex DC Gentiloni e Fioroni, dovrà pur averlo. Stando al documento di “lancio”, il proposito sarebbe quello di rafforzare il consenso del PD ed il suo pluralismo, “coinvolgendo forze interne ed esterne al partito, tornando ad appassionare energie che si sono allontanate” e che “la crisi politica e culturale del centrodestra ha rimesso in moto”.

Parole. Che, tradotte, suonano così: “Caro segretario Bersani, con la tua leadership il PD continua a perdere voti. Solo l’incredibile crisi interna al centrodestra riesce a motivare qualche residua speranza. Ora, però, ci penso io”. D’altra parte i democratici guidati da Veltroni raggiunsero nel 2008 il loro picco elettorale alle politiche: 34%. Addirittura più della somma dei consensi di DS e Margherita. Da quel momento in poi, un declino inarrestabile: abilità dell’ex sindaco di Roma o incapacità dei successori?

La risposta, più che scontata, è complessa. E traspare, oggi, dalle parole dello stesso Walter. Egli ripropone la fantomatica “vocazione maggioritaria”, nonché l’innovazione della cultura politica che “non può risolversi nella tardiva adesione alla socialdemocrazia”, ma nel “valorizzare appieno il pluralismo delle storie confluite” nel PD. E’ il trionfo del “ma-anchismo”, tornato prepotentemente di moda all’indomani della fuoriuscita del cofondatore Rutelli. Parafrasando Fini, si potrebbe dire che il PD non esiste più, ma, a quanto pare, “Uolter” non se n’è accorto.

E se lo vuole riprendere. Radicali e cattolici integralisti, capitalisti ed operai, giustizialisti e garantisti, liberisti e socialisti: questo era il partito veltroniano. Tutto insieme frullato, “per vincere da soli”. Molti, da sinistra e dal centro, hanno provato a riconoscere nell’amalgama indistinto un sapore familiare. Altri no, e non si sono recati alle urne. Così, i vetero-comunisti e i moderati più consapevoli hanno abbandonato la nave del centro-sinistra. Paradossalmente, dunque, nel 2008 la forza del partito ha rappresentato il limite della coalizione.

Bersani, dal canto suo, sembra aver compreso la lezione. Non a caso ha lanciato il cosiddetto “nuovo Ulivo”. Peccato che non ci sia più Prodi; che Vendola si stia facendo “accettare in società”; e che il segretario dalemiano stia esprimendo, con il silenzio, tutta l’inconsistenza del progetto politico democratico. Questioni già difficili da affrontare avendo alle spalle un partito saldo. Ora, con la fronda interna all’orizzonte, si fa tutto più complicato per il buon Pierluigi.

Anche perché i mesi di esilio sembrano aver inquinato il proverbiale buonismo di Veltroni, tanto da trasformare il “ma-anche” in un “neanche” (non voglio fare il segretario e neanche il candidato premier). Così, anche l’Africa può attendere. “Uolter” is back.

Antonio Del Prete