ROMA, 3 SETT. – Per il Premier questi sono tempi duri. Il turbinio di sconvolgimenti che ha tempestato la maggioranza durante tutto il periodo estivo non accenna a placarsi, anzi, pare, che il peggio stia per arrivare.

Torna l’incombenza  del processo breve, incubo dei magistrati che intravedono nella proposta una sorta di “amnistia mascherata”, come la definì Fini, e speranza dei seicentomila imputati, fra cui casualmente rientrerebbe anche il Cavaliere, che, se la legge passasse, vedrebbero di colpo cancellati i loro processi.

Le preoccupazioni del Pdl a riguardo non sono poche perchè questa riforma potrebbe essere il banco di prova definitivo per testare  la stabilità di governo.

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E se, come preannuciato da Bocchino, “Noi il processe breve non lo votiamo. Ma siamo disponibili a valutare ipotesi alternative se queste non danneggiano il sistema e i cittadini”,  il presidente della Camera e i suoi puntassero i piedi contro gi ex alleati, l’unica opzione che rimarebbe sarebbe quella del voto.

Berlusconi, però, non ci sta ad essere assoggettato ai cambiamenti d’umore di Fini e, con evidente sprezzo del pericolo, cogliendo di sorpresa perfino La Russa e Ghedini, mette fine alla possibilità di trovare un accordo con gli ingestibili di Futuro e Libertà.

“Non mi impicco al processo breve. È una legge giusta di per sé, ma sia chiaro che non è stata scritta per me, perché a me non serve, non ne ho bisogno, io sono innocente” dichiara il presidente del Consiglio. “Se devo scendere a una trattativa con Fini, allora dico subito che il processo breve non mi interessa più. Mandatelo pure su un binario morto. Perché io con quello non tratto più di niente, e nessuno è autorizzato per conto mio a trattare con lui, neppure i leghisti“.

Ma, nonostante l’evidente indignazione con cui Berlusconi vuole gestire il neo gruppo parlamentare, l’idea di rinuciare definitavamente a questa riforma della giustizia che gli eviterebbe noiose grane non sembra conviverlo troppo. Dunque se da un lato taglia i ponti con Gianfranco Fini, dall’altro il fidato ministro Alfano si reca in visita al Quirinale per vagliare eventuali ipotesi insieme al Capo dello Stato.

La strategia, però, di portare a casa una preventiva approvazione di Napolitano fallisce miseramente quando dal Colle giunge, alcuni malignamente direbbero “finalmente”, un deciso rifiuto a “intervenire inopportunamente”  sul processo di sviluppo della legge. Insomma, solo quando, come costituzione impone, arriverà il momento di firmare, il presidente della Repubblica si riservà il diritto di esprimersi in favore o meno.

E così,  fra sondaggi per prevedere i possibili scenari di nuove elezioni, fra ipotesi di rinvio del processo Mills da marzo, come si pensava, al 2012 , e fra venilate rinascite di alleanze con il disponibile Casini in attesa di poltrona, ad Arcore si consumano riunioni e si discute del destino del governo.

Si vocifera che nelle pause, una volta, siano stati mensionati anche i problemi del Paese, ma su questo non ci sono fonti  attendibili.

Florinda Gargiuoli

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