(A cura di Simone Luca Reale) – Appaltopoli, criccopoli, appartamentopoli, tangentopoli, ormai non si sa più come chiamare le vicende di ordinaria corruzione che ogni giorno vengono alla luce.

Di oggi intanto la notizia che Ottocentomila Euro sono stati depositati nella banca di Credito cooperativo del coordinatore del Pdl Denis Verdini, per oliare in Sardegna o a Roma, le autorità o i funzionari dai quali dipendeva la concessione dei permessi per realizzare impianti eolici.

Un fondo nero rimpolpato dai versamenti di liquidità inviati da imprenditori campani, siciliani, calabresi e laziali e dirottati su “consiglio” di Flavio Carboni e Marcello Dell’Utri nella Banca di Verdini.

Il ccordinatore nazionale del Popolo delle Libertà ovviamente rifiuta questa tesi. Gli 800 mila euro “erano l’aumento di capitale per introdurre altri soci nella società editrice del Giornale di Toscana”, ha detto a suo tempo.

Ma quel nuovo “socio” altri non era che l’autista del faccendiere Flavio Carboni, anche lui indagato insieme al presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, al costruttore Arcangelo Martino, al geometra ed ex “magistrato tributarista” Pasquale Lombardi, all’assessore sardo alle Finanze ed Urbanistica, Gabriele Sunis, al consigliere provinciale di Iglesias, Pinello Cossu e al direttore generale dell’Agenzia per l’ambiente, Ignazio Farris. E alla versione del “nuovo socio” non credono il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, i suoi sostituti e i carabinieri che indagano da un paio d’anni su questo filone che coinvolge a vario titolo Dell’Utri, magistrati del Lazio e della Campania, vari politici.

Verdini, quando il suo nome finì sui giornali dopo che i carabinieri avevano perquisito la sua banca, aveva dichiarato che quegli ottocentomila euro non erano serviti per finanziare un fondo nero ma che erano un aumento di capitale del “Giornale di Toscana” a fronte dell’ingresso di nuovi soci. A conferma di questa versione aveva sostenuto che esisteva anche una scrittura privata con il nome e cognome del nuovo socio. Gli investigatori però, hanno scoperto che quel nuovo socio altro non è che l’autista del faccendiere Flavio Carboni, che non solo avrebbe stanziato la somma, ma addirittura si sarebbe preoccupato di far arrivare i soldi alla banca di Verdini per l’aumento di capitale della casa editrice.

Peccato – per Verdini – che gli investigatori hanno anche accertato che l’autista di Carboni non aveva la disponibilità di migliaia e migliaia di euro da investire in una società editrice. Verdini, indagato per corruzione anche nell’inchiesta del G8 di Firenze e Perugia insieme ai componenti della “cricca”, sarebbe quindi anche stato tirato nella rete di faccendieri e imprenditori.

Insomma, la marea nera che coinvolge i più alti funzionari dello stato e i vertici del governo Berlusconi si allarga sempre di più e nessuna cupola di contenimento sembra poterla fermare.

Tra massaggiatrici e scandali la vicenda assume tratti tragi-comici. Abbiamo un parrucchiere che viene nominato a capo dei lavori di restauro della Galleria degli Uffizi a Firenze, un autista che dispone di ottocentomila euro per diventare socio di un giornale e, con tutto il rispetto per chi svolge queste nobili professioni qualche dubbio in merito ci viene.

Intanto, altri sospetti si addensano nell’inchiesta in corso a Perugia sul ministro Matteoli, sull’ex ministro Lunardi mentre nuovi accertamenti sarebbero in corso su Bondi. Lo riporta Libero nel titolo che apre la prima pagina. Zampolini, in sostanza, ha confermato gli indizi che nell’inchiesta Grandi opere portano appunto a Matteoli e Lunardi. Per questi due, insieme al ministro Bondi si parlerebbe di movimenti bancari transitati su una banca estera e sui quali sarebbero in corso accertamenti finanziari.
Ovviamente i protagonisti, al grido vergogna vergogna, smentiscono.

Il Presidente del Consiglio, pronunciatosi dalle pagine dell’ultimo libro di Bruno Vespa, che sembrerebbe quasi il suo biografo personale, intanto dice che “non siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli” e “che si tratta di casi isolati”, “di mele marce”.

Chiediamo allora al premier se si è accorto che questi casi riguardano un ex ministro, un ministro, un coordinatore nazionale del suo partito, un sottosegretario con delega alla protezione civile ed alti funzionari dello Stato.

Ed infine, se anche fossero casi isolati, cosa aspetta a chiedere le dimissioni di alcuni di questi personaggi?

Si sa, la speranza e sempre l’ultima a morire. Peccato che di solito muoia.