ROMA, 3 SETT. – Il rischio di un’altra devastante macchia nera ha minacciato il Golfo del Messico: a distanza di 5 mesi dalla più immane tragedia ambientale della storia degli United States, l’esplosione di un’altra piattaforma petrolifera.

Le coste della Louisiana, la cui economia è stata distrutta 5 anni fa dall’uragano Katrina e dalla moratoria delle trivellazioni imposta dall’amministrazione Obama a seguito dell’esplosione della piattaforma di proprietà della British Petroleum (che ha causato una fuoriuscita di 780 milioni di litri di greggio nell’arco di 87 giorni), ha rischiato una nuova tragedia.

[ad#Juice 120 x 600]Le notizie pervenuteci a seguito dell’esplosione, che fortunatamente non ha causato nessuna vittima umana, sono contrastanti.

All’avvistamento di una macchia lucida lunga circa 1 Km e mezzo e larga 30 metri, hanno fatto seguito sia le rassicurazioni della Mariner Energy (ex Enron) che del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs.

Si tratta, purtroppo, dell’ennesimo avvenimento che dimostra l’incapacità dell’industria petrolifera di salvaguardare il nostro ecosistema.

Mentre, infatti, si tremava per il Golfo del Messico anche un’altra petroliera si arenava nel Mare Artico Canadese.

Le maggiori preoccupazioni vengono dal mondo degli scienziati.

Giovanni Gregori, geofisico del CNR, ha commentato l’accaduto evidenziando la troppa superficialità con la quale simili avvenimenti vengono affrontati dalle amministrazioni e dall’opinione pubblica.

Essi, infatti, oltre che creare enormi danni all’ecologia e all’economia, generano dei danni che si riversano sull’ambiente anche ad enormi distanze. Difatti, la parte più pesante del petrolio si depone sui fondali e – a seguito degli uragani, che traggono origine proprio dalle profondità del mare e che sono particolarmente frequenti in quella zona – vengono riversati sull’atmosfera. Lo stesso avviene anche per la parte più leggera del greggio in quanto questa, restando sulla superficie delle acque, evapora e – così – viene diffusa nell’aria che respiriamo.

Per Gregori: “Quello che emerge evidente è che finora non si è affrontato il problema della prevenzione per questo genere di esplosioni petrolifere. E, più il tempo passa, più il rischio aumenta perchè dovendo cercare l’oro nero in aree sempre più profonde e lontane dalle coste aumentano di pari passo i potenziali problemi”.

Matthew Simmon, un banchiere che ha operato nell’industria petrolifera, nel suo libro “Twilight in the Desert” ha spiegato come il prosieguo dell’estrazione del greggio stia diventando altamente improbabile. Il petrolio disponibile, infatti, può essere raggiunto soltanto a profondità notevolissime ove la pressione e la temperatura raggiunge livelli altissimi.

Il dispositivo della Bp, esploso 5 mesi fa, era ad esempio uno dei più recenti e all’avanguardia, tuttavia non era stato progettato per quelle profondità.

Per gli ambientalisti quest’ennesima esplosione non  è che il segno della necessità di rendere la moratoria alle nuove trivellazioni – disposta dal Presidente Obama – definitiva.

Si tratterebbe, però, di una decisione che peserebbe inevitabilmente sull’economia della Lousiana, una delle regioni con la più alta dipendenza dall’industria petrolifera. Alla moratoria dovrebbe, quindi, accompagnarsi l’offerta di un’alternativa lavorativa alla gente del posto, si dovrebbe cioè sostenere uno spostamento verso attività legate all’ambiente.

Ma il problema non riguarda solo gli Stati Uniti.

In Italia il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha affermato che il nuovo incidente “conferma l’esigenza” di “più stringenti regole a livello internazionale“, mettendo in evidenza la situazione nel Mediterraneo e sollecitando che “il problema venga posto all’ordine del giorno nelle prossime settimane nell’agenda europea“.

Speriamo che, almeno questa promessa, venga rispettata.

Valeria Castellano

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