Sequestro Manuel Zani

TEL AVIV, 1 GIU. – Il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi si trova a Gerusalemme e ha parlato con il console italiano e con i nostri connazionali detenuti.

I sei attivisti italiani detenuti nel carcere israeliano di Bersheeva “stanno tutti bene, anche se l’unica donna tra loro, la giornalista Angela Lano, è la più provata”, ha dichiarato la Craxi. Non capiamo cosa spetta il governo Italiano, sulla scia di quello francese, a chiedere l’immediata e non trattabile liberazione dei nostri connazionali.

Tra gli attivisti anche Manuel Zani fotoreporter 29enne di Budrio di Longiano, che non è rimasto ferito nel conflitto. Rifiutando però il rimpatrio, avrebbe accettato di rimanere in Israele, dove per lui si prospetta la detenzione, ma anche la possibilità di iniziare un iter giudiziario di approfondimento su quanto accaduto la scorsa notte.

Insomma, non bastano gli appelli dell’Onu e di una parte del mondo ebraico, il governo israeliano continua dritto su una via che ha trascinato il paese ai margini della comunità internazionale.

L’assalto di ieri è stato un’aggressione incivile ed inumana che non solo a portato alla morte dei pacifisti ma che ha pesantemente danneggiato l’immagine stessa d’Israele. Un’operazione nata male e finita nel peggiore dei modi. A detta di molti esperti, infatti quella di ieri è stata un’azione che dimostra tutta l’impreparazione dell’esercito israeliano.

Noi crediamo, che a questo punto sia necessario che l’opinione pubblica israeliana e la comunità ebraica moderata faccia sentire la sua voce e tutto il suo peso ad una classe dirigente che è affetta da una gravissima e pericolosa sindrome dell’autosufficienza, che evidenzia una prepotenza inaccettabile e un mancato rispetto del diritto internazionale che gli Usa in primis e, l’Onu tutta, poi, non possono, e non debbono più tollerare.

Questo deve essere fatto per la sicurezza del popolo ebraico stesso oltre che, ovviamente, per la popolazione palestinese che soffre le pene dell’inferno a causa di un embargo che costringe più di un milione e mezzo di donne, bambini, uomini, in una striscia di terra di circa 40 per 10 km. Un atteggiamento ed una politica che non fa altro che fomentare le forze estremiste del mondo arabo.

La classe dirigente Israeliana negli ultimi anni ha mostrato tutta la sua inadeguatezza a governare un paese ed una popolazione attraversata da una perenne sensazione di insicurezza. Ciò ha costretto lo Stato ebraico ad un progressivo allontanamento dalla Turchia, paese tradizionalmente non ostile, e addirittura, negli ultimi mesi, anche dall’amministrazione Obama.

Per questo speriamo che la morte dei diciannove pacifisti serva a smuovere le coscienze dell’opinione pubblica israeliana prima, e di quella mondiale poi, e che porti alle immediate dimissioni di tutto il governo Netanyahu in modo che possa esserci una decisiva, e speriamo definitiva, sterzata nelle trattative per la nascita di uno Stato palestinese.

Perché non ci sarà mai uno Stato israeliano in pace senza la nascita di uno stato palestinese.

Si sa la speranza è l’ultima a morire. Peccato che di solito muoia.

Simone Luca Reale