ROMA, 7 MAGGIO – Quando in Italia si parla di toreri famosi viene alla mente soprattutto Dominguin, visto anche il matrimonio con Lucia Bosè, ma prima di lui la leggenda dell’arena in Spagna era stato Manuel Rodriguez Sanchez, detto Manolete, morto a soli 30 anni dopo essere stato colpito da un toro durante una corrida a Linares. Un personaggio affascinante e contraddittorio raccontato da Menno Meyjes in “Manolete”, in arrivo il 14 maggio distribuito da Eagle, con i premi Oscar Adrien Brody (straordinariamente somigliante al matador) e Penelope Cruz, nei panni dell’amore di Manolete, l’attrice Lupe Sino.

Il film ha avuto una storia tormentata: coprodotto da vari paesi Europei e il Messico, girato nel 2006 con un budget di 21 milioni di euro, ha partecipato ad alcuni festival internazionali, ma arriva nelle sale solo quest’anno. Il problema principale pare sia stata la postproduzione, molto lunga e costosa, soprattutto per le scene di tauromachia, ricreate al computer. Il debutto c’è stato in Francia a fine marzo, accolto da critiche negative. L’uscita italiana è in contemporanea con quella in Spagna.

«Il progetto del film è nato dieci anni fa, quando Menno e il produttore Tarak Ben Ammar mi hanno fatto vedere delle immagini di Manolete nell’arena – ha spiegato Brody nelle interviste per il film -. È un uomo innamorato della morte che perde la testa per una donna che ama la vita». Il film parte dell’ultimo giorno di vita del torero, il 28 agosto 1947, iniziato con un drammatico faccia a faccia con la fidanzata Lupe. Poi si torna a 18 mesi prima quando i due si erano incontrati. Un rapporto tanto appassionato quanto osteggiato dall’entourage del torero, che giudicava la ragazza inadatta a lui, perchè troppo indipendente e libera. Manolete, elegante e implacabile nello scontro con i tori (in carriera pare ne abbia “matati” più di 1000), quanto riservato e timido nella vita, era sceso per la prima volta nell’arena a 13 anni.

Lupe, ribelle, indomabile, e con simpatie di sinistra, in una Spagna dominata dalla figura del generalissimo Franco, fa scoprire al toreador la voglia di vivere e di trovare la felicità anche al di là della gloria delle corride, ma il pubblico che adora Manolete (alla sua morte Francisco Franco ordina tre giorni di lutto nazionale) non perdona tradimenti.

Il film, basato soprattutto sulle performance degli attori culmina con l’ultima corrida del matador (di cui vediamo distillate, più volte lungo il film, anche le immagini di repertorio), che si trasforma in una danza tragica. «Manolete era un uomo che affrontava la morte, la dispensava tutti i giorni e aveva la grande responsabilità di rappresentare il suo Paese. Aveva sulla sue spalle una grande pressione, dover incarnare l’immagine di forza che la Spagna e il mondo volevano trasmettesse» spiega Brody. Per essere credibile come torero, l’attore è andato a vivere in una fattoria fuori Siviglia per sei settimane, dove si è allenato tutti i giorni, fra gli altri, con il famoso torero Cayetano Rivera Ordonez: «È stato di grande ispirazione per me».

Brody, premio Oscar per “Il pianista”, considera l’essere stato introdotto alla tradizione della corrida «un viaggio molto interessante. Non mi appartiene e per me è un dilemma visto che amo gli animali, ma non tocca a me, quando recito un personaggio che appartiene a quel mondo, giudicare». Per lui la combinazione fra il suo personaggio e quello della Cruz «è esplosiva. Siamo due opposti, lei nel film è molto estroversa, una seduttrice, io un uomo introverso senza molta esperienza con le donne. È una combinazione che crea grande passione, ma anche confusione e sofferenza».

Francesca Pierleoni – Gazzettadelsud

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