Elio Germano

(A cura di Sara Marini) – Claudio (Elio Germano) vive e lavora nella periferia romana come operaio edile. E’un marito devoto e fedele: ama sua moglie (Isabella Ragonese) e i loro due bambini. L’inaspettata morte di parto della compagna apre in lui un vuoto che non viene rielaborato attraverso il dolore ma lo proietta in un universo basato sulla rincorsa al benessere economico. Questo tentativo di compensare materialmente la perdita della donna con cui stava attraversando in felice simbiosi l’esistenza, lo spinge oltre il limite della legalità e della moralità. Per intraprendere il “nuovo” corso Claudio ricorre all’aiuto dell’amico pusher (Luca Zingaretti) e alla generosità del fratello (Raoul Bova), un timido vigile, e dellla sorella (Stefania Montorsi), materna fino all’eccesso.

Dopo l’esperienza di Mio fratello è figlio unico, Daniele Luchetti torna a dirigere Elio Germano valorizzandone la poliedricità al punto da fargli aggiudicare il premio come migliore attore al Festival di Cannes (l’artista sul palco ha dedicato il premio agli “italiani che fanno di tutto per rendere il nostro un paese migliore, nonostante la loro classe dirigente”). Belle prove d’attore anche per gli altri personaggi ma la storia resta comunque imperniata intorno alla figura di Claudio e alla sua mutazione, trasposta egregiamente attraverso la duttilità di Elio Germano, che sintetizza la piccola Italia di oggi, quella in cui va avanti e si arricchisce solo chi è disposto a sporcarsi le mani.

La sceneggiatura, firmata dal regista insieme a Rulli e Petraglia, nella scelta dell’ambientazione proletaria e nell’uso del dialetto romano, offre nella resa filmica soluzioni stilistiche che assottigliano la distanza tra schermo e pubblico mentre la naturalezza nella resa della quotidianità, della normalità avvolge e a tratti commuove, in una sorta di fiero inno alla spontaneità romana, nella buona e nella cattiva sorte.