ROMA, 04 FEBB. – E’ possibile che un caffè costi 75 cent. per un italiano e 2 euro per un rom? Ciò non è avvenuto nella Germania nazista di 60 anni fa, questo è quanto accade quotidianamente in un bar nella periferia nord-est di Roma, proprio nei pressi dell’ufficio immigrazione. Sul tabellone il prezzo del caffè è meno di un euro, ma, se alla cassa si presenta un romeno, tutto cambia ed il caffè viene a costare più del doppio.

Da mesi i Rom sono, quindi, costretti a pagare un sovrapprezzo. Una nomade spiega: «Un giorno me l’hanno anche detto chiaro e tondo, il caffè costa caro perché così ve ne andate da qualche altra parte…».

Numerose le denunce alle forze dell’ordine, ma sembra che tutte le azioni si siano arrestate di fronte al fatto che ogni esercente fa ciò che vuole e stabilisce liberamente i propri prezzi.

Ebbene, però, per il nostro ordinamento giuridico l’esposizione di un prezzo su una tabella è vincolante e lo è per chiunque, di qualsiasi etnia e razza ed il sovrapprezzo puzza soltanto di razzismo, un razzismo che, troppo facilmente e notevolmente, sta prendendo piede nella nostra società, alimentato da politica e televisioni.

L’articolo 3 della nostra Costituzione perde, così, ogni senso di fronte ad azioni di tal genere prive di qualsiasi forma di repressione e lo stato moderno sembra, inevitabilmente, imboccare una strada che conduce al passato.

Viene, dunque, in mente quanto scritto da Primo Levi: “voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case; voi che trovate, tornando la sera, il cibo caldo e visi amici, considerate se questo è un uomo: che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per un pezzo di pane, che muore per un sì o per un no […] Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore”. La storia serve, quindi, per non dimenticare e per non far dimenticare.

Solo pochi giorni fa è stata, infatti, la giornata della memoria, giornata in cui discussioni sature si sono affollate su televisione e giornali; ma il 27 gennaio non deve esser solo dedicato al passato, quanto piuttosto un giorno dedicato al presente ed al futuro, in cui è come se in coro dicessimo “meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore”.

Il caffè pagato da un romeno in sovrapprezzo deve, quindi, avere un sapore ancora più amaro, amaro perché sa di razzismo, amaro perché sa di passato, un passato che, anziché insegnare, sta immancabilmente tornando attuale più che mai.

Valeria Castellano