Luigi PadoveseROMA, 4 GIU. – Ennesimo omicidio colpisce la religione cristiana in Turchia. Il vescovo Luigi Padovese, 63 anni, cappuccino milanese dal 2004 vicario apostolico dell’Anatolia e dal 2007 presidente della Conferenza episcopale turca, è stato brutalmente ucciso ieria coltellate nel giardino della sua casa di Iskenderun, città portuale sulla costa meridionale del paese. Oggi mons. Padovese avrebbe dovuto presenziare alla visita del Papa nell’isola di Cipro e ricevere insieme ad altri responsabili cattolici della regione il documento preparatorio del prossimo Sinodo sul Medio Oriente.

A colpirlo a morte, secondo i primi accertamenti, è stato Murat Altun, un autista turco che da oltre quattro anni era al servizio dell’alto prelato ma che, come ha dichiarato in serata il governatore della provincia di Hatay, Mehmet Celalettin Lekesiz, «era da tempo in cura per disturbi mentali». Ed ha escluso che l’omicidio abbia motivazioni politiche o religiose.

La prima analisi sull’omicidio di mons. Padovese conduce alla lunga e sanguinosa scia dei religiosi cristiani aggrediti o uccisi nel paese ottomano. Aggressioni ed omicidi compiuti generalmente da giovani fanatici. Di fare proseliti era stato accusato dagli islamo-nazionalisti di Trebisonda padre Andrea Santoro, ucciso in chiesa con due colpi di pistola nel febbraio del 2006 da un ragazzo di 16 anni probabilmente emissario di un gruppo di persone nella cui ideologia si fondono integralismo islamico e nazionalismo.

Ma la reazione di mons. Lucibello è categorico: «Non c’è alcuna relazione o analogia tra i precedenti fatti di sangue avvenuti in questo paese e l’omicidio di mons. Padovese. Padre Santoro – spiega il nunzio apostolico – fu ucciso da un giovane per un atto di fanatismo politico-religioso. In questo caso mi sento di escludere un atto di fanatismo compiuto da uno stretto collaboratore che ha sempre dato l’impressione di essere una persona di fiducia.

Redazione