Falcone e BorsellinoPALERMO, 25 MAG. 23 Maggio 1992: alle 17:58, l’autostrada A29 è squarciata dall’esplosione di cinque tonnellate di tritolo. La Croma bianca su cui viaggiavano Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza si schianta contro un muro di cemento, mentre l’auto su cui viaggiavano gli uomini della scorta del giudice viene scaraventata nella corsia opposta dalla bomba.

Qualche mese dopo, il 19 Luglio, il collega di Falcone Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta vengono travolti dall’esplosione di 100 chili di tritolo, caricati a bordo di una Fiat 126, parcheggiata vicino all’abitazione della madre del magistrato.

Diciotto anni dopo, questa triste pagina della storia italiana è ancora avvolta da un’impenetrabile coltre di buio, anche se le ipotesi sollevate e le ultime indagini condotte rivelano uno spicchio di verità scomoda e sconvolgente, una verità che mette le ragioni della criminalità al di sopra di quelle della giustizia. Ancora troppi interrogativi che trasformano le commemorazioni in onore dei due più grandi simboli di coraggio della nostra storia in un’occasione per sottolineare quanto marcio ancora ci sia da rivelare.

Gli omicidi degli ultimi due eroi italiani ci hanno impartito una lezione amara, che ci insegna che ci sono angoli in cui la legalità non è la benvenuta, angoli che i più alti vertici della nostra classe dirigente, la stessa classe che dovrebbe garantirci verità e sicurezza, preferiscono lasciare nell’ombra, costruendo un muro invalicabile di silenzio.

Complicità. Una complicità tacita e pericolosa quella fra crimine e Stato, che si rivela nelle migliaia di ostacoli che di cui percorso verso la giustizia è cosellato: minacce e attentati, “leggi bavaglio” e “riforme” che minacciano di far sprofondare quella che una volta era la consapevolezza nazionale sei piedi sotto terra.

La lenta, lentissima scalata intrapresa da coraggiosi organi di giustizia verso la verità su quelle stragi si sta avviando su una strada irta di trappole, un’arma a doppio taglio che rischia di colpire, anziché assassini e complici, gli stessi uomini che la maneggiano, nel Paese in cui magistrati e giudici vengono messi sotto torchio per aver svolto degnamente il loro lavoro: “Oggi posso dire vigliaccatamente [sic] quando avviene la strage di Capaci, come io come tutti gli altri di Cosa Nostra abbiamo gioito. Quando avviene l’attentato ai danni del giudice Paolo Borsellino, in via d’Amelio, vigliaccatamente [sic], ripeto, anche io assieme agli altri abbiamo gioito, perché in un certo qualmodo rappresentavano per noi il nostro nemico principale”; queste sono le parole del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che descrive, seppur in un italiano maccheronico, la mera realtà dell’Italia, dove i cattivi vincono e i buoni saltano per aria.

Ma c’è un altro lato dell’Italia, l’Italia che non molla, che non si piega e che non ha paura di gridare “che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica”, per usare le parole di Salvatore Borsellino. L’Italia che ancora oggi, dopo diciotto anni, chiede a voce spiegata la verità sul sangue scorso per porre le fondamenta della Seconda Repubblica, alzando un’agenda rossa verso il cielo.

Negli stessi giorni in cui, in tutto il Paese, sventolano gli striscioni con l’immagine dei due giudici e la scritta “non li hanno uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”, il Governo lavora giorno e notte, accingendosi ad approvare un disegno che non contrasta la criminalità, ma impedisce il corso della giustizia e imbavaglia l’informazione, voltando le spalle alla memoria dei due nostri più grandi eroi.

Diletta Sarzanini