NAPOLI, 06 FEBB. – Di lavoro si muore anche così. E’ successo ieri a Napoli. Giovanni Vano, 56 anni, elettricista si è tolto la vita, impiccandosi nel parco della Reggia di Capodimonte. «Sono umiliato. Mi vergognavo quando tu andavi a lavorare», ha scritto alla moglie, lasciandola sola con i due figli, la più grande di 17 anni ed il più piccolo di 12.

Giovanni era un lavoratore precario: lavorava in nero da 23 anni e, per 150 euro settimanali, girava tutta la provincia. La ditta per la quale prestava la propria attività professionale, infatti, allestiva le luminarie per le feste di piazza.

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Dopo anni di servizio e senza che il proprio datore di lavoro avesse mai pagato i contributi, né avesse mai regolarizzato la sua situazione, subito dopo Natale, il 27 dicembre, finalmente arriva il tanto desiderato contratto di lavoro.

Tuttavia, il datore, che per anni lo aveva sfruttato illegittimamente, gli impone di rinunciare ai contributi pregressi, agli assegni di famiglia ed agli altri diritti maturati nei tanti anni.

E’ la disperazione. Tutto ciò che in una vita Giovanni pensava o sperava d’aver costruito si sgretola.

Dopo un trentennio di attività viene meno, anche, il diritto alla pensione ed il contratto di lavoro, se ad un 56enne non vengono riconosciuti i diritti maturati in precedenza, si trasforma in una tomba.

La povera vittima confida alla moglie i suoi dubbi, l’incertezza tra lasciare l’occupazione precaria o rinunciare ai diritti acquisiti. E’ depresso, disperato, e tutto ciò lo scrive in un quaderno, un quaderno che, poi, il nipote ritroverà accanto ad un albero nel parco di Capodimonte.

Accanto a quel diario, c’è il corpo esanime di Giovanni. Attorno al collo una corda, l’altra estremità è fissata ad un ramo.

Il mercoledì, infatti, Giovanni era andato ad impiccarsi. La vergogna, l’umiliazione lo hanno condotto, inesorabilmente, alla morte.

Ai figli, con fare paterno, ha lasciato scritto: «Non fate arrabbiare la mamma e aiutatela».

Nessuno della sua famiglia vuole commentare l’accaduto, si spera nella giustizia, una giustizia che possa ripagare queste persone dell’ingiusto torto che hanno subito, e le uniche parole che essi pronunciano, ma che in questo momento appaiono ancora più terribili, sono: «Giovanni non era un disoccupato: nella sua vita ha sempre lavorato. Al nero, ma ha lavorato».

Valeria Castellano

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