Via PomaROMA, 03 FEBB. – L’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni , è stato incriminato per il delitto della sua ex fidanzata. Ci sono prove schiaccianti che lo incastrerebbero. Sembrava un capitolo ormai finito per molti, ma non di certo per la famiglia e per il legale di Simonetta Cesaroni, la donna assassinata 20 anni fa, nell’ufficio dell’ “Associazione Alberghi della Gioventù” di Via Poma, a Roma, dove lavorava come segretaria. Ad essere stato incriminato del delitto, Busco, l’ex fidanzato della giovane ragazza, e ad incastrarlo sembra ci siano prove certe rilevate dal DNA, che combacerebbe proprio con quello dell’uomo. Sul corpo di Simonetta, precisamente sul seno, è stato è stato rilevato un morso, la cui dentatura risulterebbe essere di Busco e anche la saliva (prova più concreta).

«Se io sono tranquillo? È una parola grossa». Questo è quanto dichiarato da Raniero Busco, avvicinato dai cronisti, a margine della prima udienza che lo vede accusato dell’omicidio di Simonetta Cesaroni avvenuto a Roma il 7 agosto 1990. Busco non ha risposto ad altre domande, ma a chi gli faceva notare che la moglie, Roberta Milletarì, era con lui in aula ha risposto: «È importante avere una donna così». La consorte infatti lo ha accompagnato i aula e non lo ha mollato nemmeno per un secondo, aveva il viso tranquillo, non di certo del tutto rilassato, ma comunque non dava molto nell’occhio. Lo sostiene più del suo legale, afferma la non veridicità dei fatti e ribadisce che suo marito è innocente. Crede nella giustizia e nella sentenza finale, che naturalmente scagionerà il suo Raniero dal delitto di Via Poma. Il legale di Brusco è molto sereno: «Tutto quanto abbiamo sentito era atteso, erano tutte cose scontate che per il 90% non ci interessano. Siamo e sono sicuro dell’ innocenza di Raniero Busco».

LA STORIA. Simonetta, che aveva 21 anni (era nata il 5 novembre del 1969), di solito tornava a casa verso le 20. Ma quella sera ha ritardato, quindi l’allarme dato dalla sorella maggiore Paola, quest’ultima, con il fidanzato, fece inutilmente la strada fino alla stazione della metropolitana dove avevano accompagnato Simonetta. A quel punto chiamarono Salvatore Volponi, il datore di lavoro della sorella, che però dichiarò stranamente di non conoscere l’indirizzo dell’ufficio. Sarà proprio Paola a trovarlo sull’elenco telefonico poco dopo. Il gruppo quindi, andò in via Poma 2, al quartiere Prati, e costrinse la moglie del portiere Pietrino Vanacore, ad aprire la porta. Sono le 23,30 circa, nell’ultima stanza dentro gli uffici dell’Associazione alberghi della gioventù, c’è il cadavere seminudo di Simonetta, uccisa da 29 colpi di un’arma da taglio, probabilmente un tagliacarte. Simonetta, non subì violenza carnale e fu trovata seminuda. La sorella incredula sviene poco dopo la vista del cadavere e così anche il portiere, che per fortuna riesce a stento a dare l’allarme e a chiamare i soccorsi.

A questo punto siamo tutti in attesa del giudizio finale, della sentenza che potrebbe finalmente, dopo 20 anni, fare giustizia a Simonetta Cesaroni e in questo caso a tutti i suoi familiari.

Chiara Solitario