PALERMO, 01 FEBB – Le rivelazioni di Massimo Ciancimino riaprono la pagina più triste della storia della repubblica italiana, una storia di compromessi, una storia di collusioni tra istituzioni ed associazioni mafiose.

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo oggi ha deposto nell’aula bunker dell’ Ucciardone, ove si celebrava il processo ai generali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obino, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

Massimo è considerato uno dei testimoni chiave del processo sui rapporti tra stato e mafia, che avrebbero visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti.

Egli afferma che il padre gli aveva rivelato che Bernardo Provenzano grazie ad un «accordo stabilito tra il maggio e il dicembre del 1992 […] godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente». Parole decisive, considerando che ai due ufficiali si contesta proprio il mancato arresto del boss nel ’95.

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Di tale trattativa, dichiara, «i ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza […] me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti».

Ciancimino ha anche rivelato che Don Vito «nel 1990 si fece annullare l’ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione», facendo implicito riferimento a Corrado Carnevale.

Nelle sue dichiarazioni, inoltre, ha fatto sovente riferimento ad un certo “signor Franco”, esponente dei servizi segreti – non ancora identificato, ma che sembrerebbe esser ancora in vita – con il quale il padre aveva rapporti. «Ebbi un colloquio con lui – racconta – mi diede anche una busta contenente un messaggio di condoglianze che veniva dal signor Lo Verde (il boss Provenzano ndr). Me lo disse lui che era un messaggio che proveniva da Provenzano». «Quando arrivava – ha detto – ricordo che veniva sempre con l’auto blu».

Dichiarazioni scottanti, per le quali Massimo sembrerebbe, anche, aver subito intimidazioni dagli stessi servizi segreti.

Valeria Castellano